mercoledì 25 maggio 2011

L’adolescente e i suoi sistemi

Nel lavoro con bambini e adolescenti è ritenuto dagli psicoanalisti fondamentale il lavoro parallelo con i genitori e con la famiglia, ponendo particolare attenzione ai legami e alla qualità degli affetti intercorrenti tra le persone. Come emerge dalla vasta letteratura sull’argomento, risulta particolarmente determinante nel lavoro terapeutico con i bambini il peso che è necessario riservare ai genitori reali nello stabilirsi del primo contatto e dell’alleanza terapeutica con il piccolo paziente. Come affermano Lucantoni e Catarci (1996), infatti, riferendosi in particolar modo ad uno scritto di Anna Freud, non è possibile escludere i genitori mentre abbiamo in trattamento il loro figlio, poiché essi sono parte fondante del quadro terapeutico ed appare quindi necessario sottolineare la complessità della relazione che intercorre tra la loro patologia e quella del figlio. All’interno di una matrice evolutiva però, a dispetto della “linearità” di contatto con il bambino e i suoi genitori, ci si trova con gli adolescenti a dover valutare, di volta in volta, tanto la capacità del ragazzo di dar voce ai propri genitori interni – possibilità che dovrebbe risultare come la più naturale nel lavoro analitico con i pazienti adulti – quanto la sua incapacità elaborativa, personale e privata, che spinge a dover prendere in considerazione i genitori reali all’interno del contesto terapeutico.
La difficoltà della scelta appare ulteriormente complicata da ciò che viene a costituirsi come uno degli aspetti più tipici dell’adolescenza che risiede nel binomio autonomia/dipendenza, dal momento che non ci si trova più di fronte ad un bambino completamente dipendente dai legami familiari, ma neanche davanti ad un adulto che abbia affrontato un percorso separativo dalle figure genitoriali.
L’adolescente, alle prese con le problematiche di perdita e di delusione, dipende ancora in modo sostanziale dall’ambiente, in altre parole dalle figure significative della sua vita quotidiana. A differenza di quanto accadeva nel passato, ora però, egli desidera soprattutto distanziarsi da esso, per potersi garantire uno spazio privato, entro cui forgiare la propria identità ed una nuova e più completa rappresentazione di se stesso. In questo contesto relazionale, non solo gli adolescenti, ma anche i loro genitori sono profondamente coinvolti.
È indiscussa ormai l’importanza rilevante della posizione psichica dei genitori nell’evolvere della crisi adolescenziale del figlio. I genitori, se psichicamente adulti, hanno gli strumenti per affrontare positivamente la loro crisi di mezza età, elaborando la posizione depressiva che si propone con nuovi e specifici temi in quest’epoca della vita. Nei vissuti parentali, tornano pregnanti le tematiche relative alla separazione-individuazione: c’è da affrontare, ad esempio, il distacco dal figlio che cresce e si allontana. Movimenti ed esiti di questa elaborazione sono parte integrante delle realtà ambientali in cui l’adolescente si trova a vivere ed a “mutare”, incidendo in modo significativo sulla sua evoluzione (Aliprandi, Pelanda, Senise, 1990).
Tutti gli autori che si sono occupati di adolescenza hanno sottolineato il fatto che il processo di separazione dell’adolescente, dalla sua famiglia, è un momento particolarmente importante per la sua crescita e per quella del suo sistema familiare. I cambiamenti che avvengono nell’adolescente non lasciano, infatti, immutato il sistema familiare, il conflitto che egli vive tra separazione e autonomia vengono espressi in diversi modi (verbale, silenzi, provocazioni, aggressività verbale; e non verbale, modo di vestire, rapporto con il cibo) e spingono l’intero sistema familiare a riorganizzarsi (Moderato, Rovetto, 2001).
Secondo Scabini (1995) l’atteggiamento dei genitori più adeguato è quello della protezione flessibile che permetta l’emergere dei bisogni di autonomia e di differenziazione e nello stesso tempo di dipendenza, protezione e appartenenza. Secondo vari autori (Scabini, 1995; Minuchin, 1974) un equilibrio tra livelli moderati di coesione e di individualità consente al sistema familiare di trasformarsi e all’adolescente di rendersi autonomo pur mantenendo un senso di appartenenza.
Questo processo di separazione-appartenenza diventa difficile, invece, nelle famiglie “invischianti” in cui sono fortissimi i legami di dipendenza e nelle famiglie “disimpegnate” in cui non è presente un senso di appartenenza, in cui i membri sono tra loro indipendenti (Moderato, Rovetto, 2001). Genitori effettivamente distanti non possono soddisfare i bisogni dei figli, i quali si sentono rifiutati, non amati e non possono ricorrere a loro per risolvere il loro conflitti adolescenziali (Greenberg e Mitchell, 1990).
In questi ultimi casi, madre e padre rimangono assenti o deboli nei confronti del figlio, a cui è resa impossibile la lotta e la presa di distanza psichica. L’adolescente rimane allora invischiato nell’universo narcisistico primario, con legami collusivi e confusivi sia nella dialettica identificatoria sia nelle relazioni intergenerazionali (Aliprandi, Pati, 1996). Occorre perciò individuare, all’interno delle dinamiche psichiche in gioco nel rapporto genitori-figli, le condizioni necessarie all’adolescente affinché egli sia in grado, al termine dell’adolescenza o all’inizio dell’età adulta, di confrontarsi con l’angoscia depressiva. Tra dipendenza e indipendenza, come il bambino di un tempo, l’adolescente è impegnato a salvaguardare la propria identità, a non tradire se stesso. In tale contesto emotivo, risulta necessario che l’ambiente, in particolare i genitori reali, riprenda attivamente nei confronti dell’adolescente quella funzione di holding specifica dell’antico rapporto tra madre e bambino, declinata ora soprattutto in termini di holding mentale (Winnicott, 1965).
Ciò che quindi è in primo piano nell’adolescenza e che rende particolarmente complesso lo svolgersi del secondo processo di separazione-individuazione (Blos, 1962) è il tema della perdita. Come afferma Giacometti: “la perdita delle vecchie rappresentazioni rassicuranti dell’infanzia, sia per il figlio che per i genitori, rende necessaria una diversa regolazione del rapporto di vicinanza e distanza e rimette in discussione l’equilibrio tra continuità e cambiamento, anche perché, è proprio l’esperienza di discontinuità a creare le condizioni per una ricerca personale” (1996, p.53). Il continuo oscillare, quindi, tra lo spazio privato, nuovo e ancora incerto e lo spazio comune condiviso con i genitori dell’infanzia, rende possibile l’affermazione di una propria seppur embrionale identità adulta attraverso il confronto con le figure di riferimento; come afferma Winnicott nel 1968, infatti, “la ribellione adolescenziale [...] deve essere raccolta, deve esserle data realtà attraverso un atto di confronto; laddove vi è la sfida del ragazzo o della ragazza che cresce, vi sia un adulto pronto a raccogliere la sfida”. Ciò può non avvenire, a causa delle identificazioni del figlio adolescente con le immagini che i genitori hanno di lui, quando queste immagini vengano ad essere distorte dall’effetto delle identificazioni proiettive parentali (Zinner, Shapiro, 1972). Come afferma Marohn (1988) infatti, “gli adolescenti stanno lottando per trasferire gli attaccamenti agli oggetti-Sé dai genitori verso l'esterno e per modificare le rappresentazioni interne rispecchianti e idealizzanti entro strutture internamente regolate. Conseguentemente, ogni uso dell'adolescente, da parte dei genitori, potrà essere pericoloso per la sua struttura psichica”.
Appare utile allora valutare nel lavoro terapeutico la qualità dello spazio tra famiglia rappresentata e famiglia reale (Reiss, 1989), in cui si inseriscono l’elaborazione soggettiva, i processi inconsci di ciascuno e l’intensità e il peso delle identificazioni proiettive che gravano, spesso, sul figlio adolescente, come riattivatore di dinamiche intrapsichiche irrisolte nella storia personale dei genitori. Difficile, in questo senso, per ogni genitore riconoscere le modificazioni sessuali, cognitive e relazionali del proprio figlio che entra nell'adolescenza, ma quasi impossibile per quei genitori che non sono stati in grado di elaborare loro stessi il peso e l'assunzione della crescita. Il concetto di identificazione proiettiva potrebbe essere letto come parte integrante e costituente del fenomeno noto come trasmissione intergenerazionale di vissuti, fantasie, traumi, lutti non elaborati, che vengono spesso “agiti” da una generazione all'altra, senza spazi di pensiero e possibilità di modificazione. L'identificazione proiettiva, infatti, non sarebbe altro che l'esternalizzazione, attraverso l'agire, di una relazione oggettuale interna (Turillazzi, Manfredi, 1994). Può accadere, allora, che “lo spazio di ricontrattazione delle relazioni sia saturato dalla riproduzione e riattualizzazione di immagini passate, che segnalino la persistenza di tematiche non elaborate nella generazione precedente ed il mancato processo di formazione di una coppia capace di costituire un luogo di delineazione adeguato al processo di separazione e di individuazione” (Giacometti, 1996, p. 54).
Il lavoro di Jeammet (1999) sulla patologia della dipendenza, a questo proposito, si pone come un punto cardine dove si incontra e si potenzia la difficoltà ed il senso di colpa del ragazzo, giacché crescere, nella fantasia inconscia, è implicitamente un atto aggressivo (Winnicott, 1968) con l'impossibilità da parte del genitore a rinunciare a parti di sé, proiettivamente identificate nel proprio figlio.
Spesso, da parte dei genitori, si è verificata un’utilizzazione del figlio al fine di contro-investire fantasmi repressi del proprio passato; egli quindi non è riconosciuto nella sua differenza, quanto piuttosto come un oggetto che ha la funzione di placare i conflitti genitoriali che non possono diventare oggetto di un lavoro di elaborazione sulla base di rappresentazioni accessibili all’Io (Jeammet, 1999).  
Come afferma Jeammet (1999) è impossibile non percepire – contemporaneamente al più leggibile desiderio di porre una distanza tra sé e gli oggetti primari – “il desiderio quasi cosciente, represso ma non rimosso, di un contatto con qualcuno, la speranza confusa che l’analista vada al di là di ciò che il ragazzo esprime, che lo aiuti a capire meglio ciò che gli succede”. Ed è proprio al fine di essere “scoperti” senza dover ammettere il proprio bisogno di essere visti, che l’adolescente ricorre all’uso di “diari e lettere lasciati incustoditi in modo apparentemente casuale, traducendo così il conflitto inconscio di esibire la propria nascente intimità ma al tempo stesso di prolungare la comunanza simbiotica della propria vita intima con quella dei genitori” (Novelletto, 1991, p. 40).
Un aspetto specifico della psicoterapia con gli adolescenti è relativo all’intensità e alla qualità dei sentimenti, semplicemente umani e personali, che i bambini e gli adolescenti evocano nel terapeuta, ovvero al tipo di emozioni controtransferali e alla disponibilità e capacità a tollerarli.
Mai, come nel  lavoro con gli adolescenti il terapeuta è confrontato con un problema di lealtà, che se pure in parte sintonico e frutto dell’identificazioni proiettive adolescenziali è, non per questo meno concreto e drammatico, passaggio comunque irrinunciabile per ogni effettiva alleanza terapeutica (Giannotti, Sabatello, 1994). I conflitti di lealtà sono particolarmente indicati a provocare certe reazioni di “controtraslazione” del terapeuta, in quanto lo sollecitano a staccarsi dal suo contegno di “imparzialità partecipe”: egli parteggia ad esempio per i genitori contro il figlio, oppure per il figlio contro i genitori, oppure per una generazione contro l’altra, aggravando in questo modo i conflitti di lealtà familiari (Stierlin, 1979). I temi della responsabilità e della colpa genitoriale, il timore persecutorio del giudizio, sono quelli che il terapeuta si trova innanzi tutto ad affrontare, prima dentro di sé, nei rapporti con i propri vissuti controtrasferali, e poi con il paziente ed i suoi genitori “Il terapeuta non oscilla forse tra l’identificazione empatica attraverso la propria adolescenza, la distanza benevola o rabbiosa per un periodo della vita (propria) ormai trascorso o l’identificazione genitoriale con, centrale, il tema dell’Edipo e dell’incesto?” (Giannotti, Sabatello, 1994, p.42)

Riferimenti Bibliografici

Aliprandi M. e Pati A.M. (1996), Sulla depressione in adolescenza, «Archivio di psicologia neurologia e psichiatria», vol. 57, pp. 454– 476.
Aliprandi M., Pelanda E., Senise T. (1990), Psicoterapia breve di individuazione, Feltrinelli, Milano.
Blos P. (1967), The second individuation process of adolescence, «Psychoanalist Study child», vol. 22, pp.162-186.
Blos P. (1962), L’adolescenza, Franco Angeli, Milano.
Bollas C. (1987), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Borla, Roma.
Bonamino V. e Di Renzo M. (2003), L’imprescindibilità dell’altro. Un percorso nel pensiero clinico di Winnicott sul sé e l’altro, e il lavoro di controtransfert dell’analista nella situazione psicoanalitica, Franco Angeli, Milano.
Ferro A. (1987) Il mondo alla rovescia. L’inversione del flusso delle identificazioni proiettive, Rivista di Psicoanalisi, 33.
Gabbard G.O. (1994), Psichiatria psicodinamica. Nuova edizione basata sul dsm-iv, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Giacometti k. (1996), L’evento separativo nella famiglia tra ripetizione e creatività, Franco Angeli, Milano.
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Giannotti A. e Sabatello U. (1994), Lo psicoterapeuta de bambini e adolescenti. Riflessioni su identità e formazione. In Rrichard e Piggle (a cura di), vol.1, p. 36-52.
Greemberg J. R. e Mitchell S.A. (1986), Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, tr. It., Il mulino, Bologna.
Jeammet P. (1999), Psicopatologia dell’adolescenza, Borla, Roma.
Laplanche J. e Pontalis J.B. (1967), Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari.
Loriedo C. e Vella G. (1985), Il coinvolgimento del terapeuta con la famiglia, «Terapia familiare», vol.18, i.t.f.
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Marohn R. C. (1998), The adolescent as selfobject: parents and their children. Relazione presentata all’undicesima conferenza annuale in psicologia del sé. Washington, 14 ottobre.
Minuchin S. (1974), Famiglie e terapia della famiglia. Trad. It. Astrolabio, Roma, 1976.
Moderato P. e Rovetto F. (2001), Psicologo: verso la professione, Mcgraw-Hill, Milano.
Nicolò A.M. e Corigliano C. (1999),  La scelta del setting con la famiglia dell adolescente, «Interazioni», vol.1.
Nicolò A. M. (1983), Sull’uso del controtransfert in terapia familiare: spunti per una discussione, «Terapia familiare», vol.13.
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Norsa D. e Zavattini G.C. (1997), Intimità e collusione. Teoria e tecnica della psicoterapia psicoanalitica di coppia. Rafaello Cortina, Milano.
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Scabini E. (1995), Psicologia sociale della famiglia, Bollati Boringhieri, Torino.
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Scharff D.E. e Scharff J.S. (1991), Object relations family thetapy, Janson Aronson, Northvale, New Jersey.
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Winnicott D.W. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Tr. It. Armando, Roma 1970.
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Winnicott D.W. (1975), Jeu et realitè: l’espace potentiel,  «Concepts actuels du developpement de l’adolescent gallimard», Paris,  vol.  1.
Zinner J. e Shapiro R. (1999), L’identificazione proiettiva come modalità di percezione e comportamento nelle famiglie di adolescenti. In I fondamenti della terapia familiare basata sulle relazioni oggettuali (a cura di), Franco Angeli, Milano.

lunedì 23 maggio 2011

L’EDUCAZIONE SOCIO-AFFETTIVA NELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO: IL METODO INTEGRATO PER INSEGNANTI

Il Metodo integrato propone tre diverse modalità di educazione socio-affettiva che possono essere usate tutte e tre insieme, dando vita ad un programma integrato oppure separatamente, centrandosi su un particolare aspetto:
*      Per quanto riguarda la problematica del rapporto insegnante-classe la metodologia applicata è quella di Gordon;
*      Per favorire il rapporto tra i componenti del gruppo classe, quindi la loro conoscenza reciproca, e per offrire uno spazio relazionale diverso viene applicata la tecnica del circle time;
*      Per migliorare nel ragazzo le capacità di comprensione, dei suoi vissuti, sensazioni, sentimenti, atteggiamenti, fantasie e così via vengono utilizzati un insieme di esercizi psicomotori, che mirano a sviluppare la capacità di entrare in contatto e riconoscere le emozioni che provano concentrandosi su di sé, sull’ambiente esterno e sui loro rapporti con gli altri.  

IL METODO GORDON

Il metodo Gordon si propone di favorire lo sviluppo di un’efficace relazione fra insegnante e allievo e tra genitore e figlio. Il Metodo Gordon prevede l’utilizzo delle seguenti tecniche:
*      Ascolto attivo
*       Messaggio-Io
*       Risoluzione dei conflitti con il metodo del problem solving

Tali tecniche possono essere usate in vari ordini di scuole.
Al fine di poter stabilire un rapporto con gli allievi, che si basi sul riconoscimento reciproco, l’empatia e l’accettazione, l’insegnante deve essere autentico.
Tale capacità ovviamente non è innata, ma si può acquisire con il tempo diventando sempre più consapevoli delle proprie modalità comunicative e relazionali.


ASCOLTO ATTIVO O MESSAGGIO IO?

Per capire quando usare l’ascolto attivo e quando invece il messaggio Io, Gordon propone all’insegnante di osservare il comportamento dell’alunno e di chiedersi:  “Questo comportamento chi danneggia? A chi impedisce di lavorare? Il problema appartiene all’alunno o a me?”.

Riconoscere l’appartenenza del problema significa individuare limiti e confini tra sé e l’altro, significa chiedersi: ”Chi è a disagio in questa situazione?”

Se il problema è…

*      Del docente si interviene  utilizzando  il Messaggio-Io.

*      Dello studente si interviene usando l’ascolto attivo.


L’ascolto attivo consente all’insegnante di entrare in comunicazione empatica con lo studente che ha un problema ed accetta di parlarne.

 Si basa sull’accettazione dell’altro, presta attenzione a quei comportamenti che potrebbero costituire una barriera comunicativa.

 Spesso,  quando una persona ha un problema, anziché metterci in una posizione di ascolto tendiamo a parlare e a dare consigli. In questo modo il rischio è quello di fraintendere ciò che l’altro ha detto, di esprimere giudizi sulla persona, creando un circolo vizioso di incomunicabilità e generando nell’altro un atteggiamento di chiusura.

LE FASI DELL’ASCOLTO ATTIVO:

ASCOLTO PASSIVO (silenzio): Permette all’alunno di esporre, senza essere interrotto, i propri problemi;

MESSAGGI DI ACCOGLIMENTO: Indicano al ragazzo che l’insegnante lo segue e lo ascolta. Possono essere verbali o  non verbali;

INVITI CALOROSI:  Incoraggiano il ragazzo a parlare e ad approfondire quanto sta dicendo. Non valutano, né giudicano lo studente;

ASCOLTO ATTIVO (FEED-BACK): L’insegnante “riflette” il messaggio dell’alunno senza emettere messaggi suoi personali.


Il messaggio-Io e’ una modalità di comunicazione assertiva che permette di esprimere critiche in modo costruttivo contrapposta al messaggio Tu che tende a rimproverare, colpevolizzare e umiliare. Questa tecnica viene denominata “di confronto”, in quanto l’adulto esprime che cosa prova quando il ragazzo compie un’azione che può determinare specifici effetti.  


Il Messaggio-Io palesa il sentimento di chi parla e pertanto…
I messaggi-Io possono essere definiti “messaggi di assunzione responsabilità”, in quanto  il docente si assume la responsabilità del proprio stato d’animo e la responsabilità di essersi aperto abbastanza sinceramente, quindi il messaggio in prima persona lascia al docente la responsabilità del proprio comportamento.


ATTRAVERSO IL MESSAGGIO-IO VENGONO RAGGIUNTI OBIETTIVI FONDAMENTALI PER UN CONFRONTO POSITIVO:


*       con molta probabilità sollecita volontà di cambiamento
*       riduce al minimo la valutazione negativa dello studente
*       non pregiudica il rapporto

PASSI DEL MESSAGGIO IO:

1)      DESCRIZIONE DEL COMPORTAMENTO: “Quando tu fai……………..”
2)      DESCRIZIONE DELLO STATO D’ANIMO: “Io mi sento………………”
3)      DESCRIZIONE DELLE CONSEGUENZE CONCRETE:  “Perché…………………..”


1.     ORDINARE            non vengono assolutamente presi in considerazione i sentimenti dell’alunno, per cui non si sente capito.


2.     AVVERTIRE,  MINACCIARE               tale atteggiamento induce una difesa o un contrattacco, oppure vi è sottomissione.

 

3.      ESORTARE, MORALEGGIARE            colpevolizza il ragazzo che si sente irresponsabile.


4.      CONSIGLIARE, SUGGERIRE SOLUZIONI           l’adulto comunica che non ha fiducia nelle capacità del ragazzo, portandolo alla dipendenza ed alla svalutazione delle proprie idee.


5.     PERSUADERE CON ARGOMENTAZIONI LOGICHE            si umilia il ragazzo che si sente inferiore e incapace.


6.     GIUDICARE CRITICARE          si danneggia l’immagine del giovane e si distrugge la sicurezza e la fiducia in sé.


7.     COMPLIMENTARE, APPROVARE           anche i complimenti non meritati, possono ferire al pari delle critiche, perché chi li riceve non li sente corrispondenti all’immagine di sé, ma come un mezzo di manipolazione.


8.     UMILIARE, RIDICOLIZZARE           il ragazzo comprende l’ironia del messaggio e si sente offeso


9.      INTERPRETARE            se l’interpretazione è giusta, il bambino si sentirà offeso perché vengono scoperte le motivazioni del suo agire, se invece è  errata egli si sentirà inutilmente umiliato e incompreso.

 

10.            RASSICURARE, SIMPATIZZARE               il bambino può pensare che l’insegnante sminuisca il suo problema perché non lo capisce.


11.            INFORMARSI           spesso, involontariamente, si sottopone il bambino ad interrogatorio, ed il risultato che si ottiene è che questi si chiude in modo difensivo in sé stesso.


12.            SCHIVARE, DEVIARE, BEFFARSI            in questo modo si comunica al bambino che il suo problema non è importante, ci sono cose o persone che meritano maggiore interesse di lui.


IL CIRCLE TIME

Il Circle Time (dall’inglese “tempo del cerchio”) rappresenta uno dei momenti salienti degli interventi di Educazione Socioaffettiva nelle classi, durante il quale i membri della classe si riuniscono per discutere un argomento o un problema proposto da uno o più alunni, o dall’insegnante. La classe riunita durante il circle time può essere definita come un piccolo gruppo di discussione con una struttura a bassa gerarchia (l’insegnante ha infatti il compito di “facilitare” la discussione, ma nessuna funzione autoritaria), di tipo formale (in quanto luogo, tempo e norme che regolano la discussione restano costanti), con l’obiettivo primario di creare un clima collaborativo e amichevole fra i membri. Trasformare la classe in un gruppo primario  di autoaiuto, laddove sia possibile

Il circle time, da un punto di vista tecnico, richiede:

·         La disposizione delle sedie in circolo: fondamentale per garantire una comunicazione realmente circolare (di ogni membro con tutti gli altri) e non solo con l’insegnante come avviene con la normale disposizione dei banchi nelle aule scolastiche

·         La frequenza delle discussioni: una/due volte a settimana, con la riserva di eventuali discussioni “straordinarie” nel caso di avvenimenti che necessitino di essere discussi immediatamente

·         La durata della discussione:  di circa 50 minuti

·         Il criterio per decidere quale argomento sarà trattato: possono essere diversi purché permettano di valorizzare il contributo di ogni singolo membro

·         Altre regole (come ad esempio: non interrompere chi parla, accettare il punto di vista dell’altro, non deridere, ecc.) Scaturiranno dalle discussioni e sarebbe bene che l’insegnante riuscisse a sollecitarle negli alunni, anziché proporle egli stesso. Tali regole una volta accettate andranno scritte su un apposito cartellone in modo da renderle visibili al gruppo classe. 

Il problem solving è una tecnica che permette la ricerca comune di una soluzione soddisfacente ad un problema

Fasi del processo di problem solving secondo Gordon:

*      Esporre con chiarezza i termini del problema

*        Proporre le possibili soluzioni

*        Considerare vantaggi e svantaggi di ognuna

*        Scegliere le più adatte a risolvere il problema

*        Stabilire in che modo attuare la soluzione scelta

*        Verificare i risultati ottenuti

venerdì 20 maggio 2011

L'ARRIVO DI UN FRATELLINO: TIMORI E CAPRICCI DEL PRIMOGENITO



Molti genitori si preoccupano delle possibili reazioni emotive e comportamentali del loro figlio alla nascita di un fratellino. Penelope Leach, in un suo libro sull’argomento (“Il bambino dalla nascita ai 6 anni”, Mondadori, 1998), scrive:

“Immaginate che vostro marito un giorno venga a casa proponendovi di accettare un’altra moglie proprio come voi, immaginatelo ora mentre usa quello stesso tipo di frasi che solitamente si usano per dire ad un bambino che sta arrivando un fratellino”.
"Avremo con noi un altro bambino, tesoro, perchè abbiamo pensato che per te sarebbe bello avere un fratellino o una sorellina con cui giocare. Non ti vorremmo meno bene per questo, ci ameremo tutti." potrebbe essere anche:" Avrò con noi una seconda moglie, tesoro, perchè abbiamo pensato che per te sarebbe bello avere un pò di compagnia e un aiuto in casa."
"Ti vogliamo così tanto bene che non possiamo più aspettare per avere un'altra meravigliosa bambina o bambino. Non ti vorremmo meno bene per questo, ci ameremo tutti". ..e se vostro marito vi dicesse:"Ti voglio così tanto bene che non posso più aspettare per avere un'altra meravigliosa moglie. Non ti vorrò meno bene per questo, ci ameremo tutti".
"Sarà il nostro bambino di noi tre e ci occuperemo tutti insieme di lui". .. E se vostro marito vi dicesse:"Sarà la moglie di noi due e ci occuperemo insieme di lei".
Vi sorprende ancora che il bambino sia geloso? Alcuni indizi e manifestazioni di gelosia possono essere:

1) trasgredire semplici regole precedentemente apprese;

2) mettere il broncio;

3) regredire in abilità precedentemente acquisite;

4) espressioni di ostilità, risentimento e rancore;

5) espressioni di rabbia, anche apparentemente immotivata;

6) mostrare eccessiva dipendenza nei confronti delle figure significative.



La gelosia si manifesta a causa di un’emozione di paura e insicurezza. Il bambino può temere di essere meno amato e meno considerato rispetto all’altro. Può sentirsi insicuro del suo rapporto con i genitori, in modo particolare con la mamma. Il bambino pensa “Se mi vuole così tanto bene, perché mai dovrebbe volere un altro bambino?”. E’ probabile che vostro figlio diventi “fastidioso” perché preoccupato che voi possiate non volergli più bene come prima. Quando il bambino è geloso, non riesce a controllare razionalmente il suo comportamento è, infatti, ancora troppo piccolo ed immaturo per gestire emozioni forti in maniera autonoma, ha bisogno dell’aiuto di un adulto.

Suggerimenti

E’ importante che siate voi a dire a vostro figlio che arriverà un fratellino, venirlo a sapere da qualche amico o dai nonni potrebbe ripercuotersi sulla fiducia che ha in voi.

Far immaginare il fratellino in arrivo come un compagno di giochi non è positivo, può essere molto deludente per lui rendersi conto che, in realtà, non fa altro che mangiare, dormire e piangere.

Programmate con anticipo eventuali cambiamenti da fare, come la cameretta in cui dorme il bambino o se l’arrivo del fratellino comporterà l’inizio dell’asilo nido. Far coincidere grandi cambiamenti con l’arrivo di un altro bambino non è una buona idea.

Spiegate chiaramente a vostro figlio che andrete all’ospedale per avere il bambino, che (il papà, i nonni,…) si occuperanno di lui, che lui starà bene e che starete bene anche voi, che potrà venire all’ospedale a trovarvi e che tornerete a casa dopo qualche giorno.

Se possibile, salutate il bambino prima di andare all’ospedale, ma se sta dormendo e non c’è la necessità di svegliarlo, lasciatelo dormire. In questo caso, lasciategli un biglietto che possa essergli letto quando si sveglierà, spiegando dove siete e quando potrà venirvi a trovare.

E’ molto importante per il bambino, specie se ancora piccolo, venire all’ospedale, in modo tale da avere un’immagine del posto in cui siete, anche se poi non vuole più andarsene o se si stufa dopo un quarto d’ora. Un modo per evitare strazianti saluti potrebbe essere quello di preparargli delle piccole sorprese o dei bigliettini, da aprire mentre torna a casa in macchina.

All’ospedale, non costringetelo subito a vedere il fratellino, lasciate che prima si senta a suo agio e abbia il tempo di dirvi come sta e che cosa gli è successo mentre non c’eravate. E’ molto più semplice per il bambino capire che vi è mancato molto se lo salutate a braccia aperte, piuttosto che mentre coccolate un altro bambino.

Al neonato arrivano generalmente molti regali, mentre ci si ricorda raramente del bambino più grande. Avere nel lettino un regalo da dargli, che possa simbolicamente essere da parte del neonato, favorirà l’instaurarsi di un rapporto positivo tra i due bambini. Ditegli che il suo fratellino sarà un buon compagno di giochi quando sarà un po’ più grande.

Cercate di fare in modo che non si verifichino situazioni in cui il papà, i nonni e altri colmano di attenzioni il bambino piccolo mettendo da parte l’altro. E’ meglio che amici e parenti vengano a festeggiare e coccolare il neonato in momenti in cui il bambino più grande è fuori con il papà o con la baby-sitter.
Rispondete in maniera chiara ed onesta alle domande del vostro bambino, evitando di riempire di inutili dettagli le cose che gli dite.

Coinvolgete il bambino ad occuparsi del fratellino solo se mostra interesse a farlo. Farlo stare su una montagna di cuscini e permettergli solo dopo di poter tenere in braccio il fratellino, gli farà perdere la voglia dopo pochi minuti. Per evitare che il bambino voglia prendere in braccio il fratellino da solo, quando non c’è nessuno nella stanza, è bene consentirgli di tenere liberamente il piccolo in presenza di qualcuno, evitando di dirgli “Non toccare il piccolo”.

Prima di sedervi a dare da mangiare al neonato, assicuratevi che vostro figlio più grande sia impegnato in qualche attività, tenete vicino a voi qualcosa da mangiare e da bere in caso ne avesse bisogno. Aspettare che la mamma si sia seduta, pronta ad occuparsi del piccolo, per poi dire di aver fame o sete, è uno dei tipici comportamenti di cui il bambino si serve per attirare l’attenzione.

Impegnatevi il più possibile perché il bambino senta di piacere al suo fratellino. Per esempio, se il piccolo sorride mentre il bambino è lì vicino, dite “Guarda Andrea che sorrisone ti sta facendo Anna!”. Sarà molto più facile per il bambino affezionarsi al suo fratellino, perché in questo modo sentirà di essere ricambiato.

Cercate di continuare a fare le stesse cose che facevate con lui prima dell’arrivo del secondo bambino. Quando non vi è possibile, non date sempre una giustificazione del perché non lo fate, questo potrebbe, infatti, favorire il risentimento del bambino. Ricordate che potete occuparvi di entrambi i bambini contemporaneamente, per esempio, dando da mangiare al piccolo e parlando con l’altro.

Il papà può avere un ruolo fondamentale nel far sentire il bambino importante ed amato, concedendogli privilegi speciali come, per esempio, un giro in macchina o in centro, o permettendogli di andare a letto un po’ più tardi del solito. Non ditegli che ora è diventato grande, potrebbe pensare che, se fosse più piccolo e bisognoso di attenzioni sarebbe meglio.

Non stupitevi se il bambino ha alcuni comportamenti tipici di quando era più piccolo, come ricominciare a succhiarsi il pollice, volere il biberon, parlare come un bimbo più piccolo o volersi mettere il pannolino. il fare pipì a letto, o la cacca addosso. Potrà anche avere sentimenti aggressivi sia a livello fisico, come il voler picchiare o allontanare il fratellino, sia a livello verbale con frasi tipo: "questo fratellino è brutto, mamma, portiamolo via e regaliamolo a qualcun altro".

Tutto questo è, infatti, normale, permettetegli di farlo senza dirgli che è ora che diventi grande. Tenerlo in braccio come un bimbo piccolo o cullarlo, sono comportamenti che lo rassicurano molto, inoltre, sapere che qualche volta gli è concesso “essere un bambino piccolo” favorirà il processo di crescita.

E’ positivo parlare con il bambino delle emozioni che prova, mostrando di capire sia le sue emozioni positive, sia quelle negative. Dirgli frasi del tipo: “Sì, capisco che è fastidioso dover aspettare”, o “Sei arrabbiato perché la mamma dedica molto tempo al tuo fratellino”, sono espressioni che gli fanno sentire di essere compreso da voi. Quando se ne renderà conto, smetterà di mettere in atto comportamenti finalizzati ad esprimere le sue emozioni negative, come possono essere rovesciare lo zucchero sul tappeto o l’acqua sul pavimento proprio mentre vi state occupando del neonato. Se da un lato è importante che voi riconosciate le sue emozioni, dall’altro potrebbe esserci la necessità che lui impari che non dovrà far male al fratellino. Ditegli chiaramente che, come mamma, il vostro compito è quello di proteggere i vostri bambini da chiunque voglia far loro male.




Anche attraverso il disegno molti bimbi riescono ad esprimere gli "attacchi" al fratellino magari disegnandolo distaccato dagli altri componenti del gruppo famigliare o persino, con la faccia piena di scarabocchi per manifestare la loro contrarietà e il fatto che sentono il fratellino "sbagliato". E' importante non reprimere troppo severamente le prime espressioni di gelosia, i bambini potrebbero imparare a mimetizzare i propri sentimenti per non essere esclusi dall'amore dei genitori. Alcuni bambini invece non riescono ad esprimere la propria aggressività, i "falsi passivi" potrebbero esplodere, in un secondo momento magari con maggiore vigore e questo è sicuramente più preoccupante. Alcuni bambini tendono a rivolgere contro se stessi l'aggressività: mal di pancia, incubi, nei casi più estremi possono anche disinteressarsi a tutto ciò che li circonda. A volte esprimono premure estreme verso il fratellino soffocandolo di baci, abbracci, fino a farlo addirittura piangere. anche in questi casi la loro aggressività si trasforma in meccanismi di difesa

Bisogna rimproverarlo se si comporta male? La gelosia è un sentimento naturale, spontaneo, non può essere categorizzato tra i comportamenti "sbagliati". Nessun sentimento è giusto o sbagliato. L'intensità delle reazioni di gelosia hanno a che fare con il carattere del bambino, con la sua capacità di sopportare la frustrazione e anche con il tipo di rapporto che si crea con i genitori. La gelosia, pur essendo una reazione naturale, potrebbe assumere sfumature tollerabili o spietate. Queste manifestazioni di aggressività del primogenito possono essere sanate con la tenerezza. Rassicurare il bimbo che i genitori continuano a nutrire amore per lui è un grande gesto d'amore.

Consigli per i genitori

Non fare l'errore di rimproverare e di punire un bimbo geloso, lasciare che i sentimenti anche aggressivi si manifestino. In seguito, tra fratelli, si dovrà vivere necessariamente quella giusta competizione, rivalità, se un fratello si siede in braccio alla mamma, l'altro le prende la mano, se l'uno si impossessa della bambola, l'altro si scaraventerà sul gioco del trenino. Le gare, le lotte sono

giochi abituali e per i genitori è facile ad un certo punto non farci più caso.

I genitori che hanno paura di non dare amore sufficiente o quelli che temono di fare delle differenze sono ancora legati a ciò che pensano di non aver ricevuto a sufficienza dai propri genitori oppure sono convinti che i figli contenti sono solo quelli che hanno avuto agevolazioni e vita facile. In realtà la serenità dei figli può dipendere molto dal fatto che si è insegnato loro che la vita è piena di imprevisti, di esperienze anche dolorose e il bisogno di crescere bene è la capacità di rialzarsi ogni volta si vive una esperienza difficile e sofferta. Il segreto è proprio aiutare il proprio figlio a guardare sempre in faccia la realtà e a imparare ad affrontarla e ad accettarla.

LO SVILUPPO DEL BAMBINO DA 0 A 12 MESI: ALCUNI CENNI GENERALI


1) Lo sviluppo dai 0 ai 3 mesi
Il neonato riconosce il suono della voce materna che ha percepito durante la gestazione. E’ necessario parlare al bambino per rassicurarlo, a partire dalle prime settimane in cui è venuto alla luce: parlare al piccolo minimizza, rende cioè sicuro il mondo che altrimenti sarebbe percepito come un’aggressione di stimoli incomprensibili. Certo, non capisce le singole parole, ma egli ne comprende il messaggio emotivo. Quindi, è importante il linguaggio non verbale, come il tono di voce, l’espressione del viso, i gesti dei genitori.

lo sviluppo cognitivo:
0-1,5 mesi – l’esercizio dei riflessi: In questo periodo il neonato esercita i propri riflessi, li consolida e li applica in situazioni sempre più numerose: succhia tutto ciò che capita, stringe tutto ciò che tocca il palmo della sua mano, prova interesse per ciò che vede e che ode. Quando il bambino rifiuta un oggetto che non soddisfa i propria bisogni c’è anche un abbozzo di riconoscimento degli oggetti (il dito del papà può venire accettato come oggetto da succhiare quando non ha troppa fame ma viene rifiutato quando il desiderio di suzione è subordinato al desiderio di nutrirsi).
1,5-4 mesi – l’attività del bambino si trasforma in funzione dell’esperienza. Quando un’azione produce un risultato piacevole avviene una ricerca per riscoprire e conservare quel risultato nuovo. (succhiarsi il dito). Il bambino comincia in questo periodo a sorride al volto umano.

Capacità motorie
1 mese: solleva il mento
2 mesi: solleva anche il torace
3 mesi: allunga le mani per afferrare un oggetto ma di solito lo manca

Verso i 2-3 mesi si evidenzia lo strutturarsi del senso del sé, ovvero di essere soggetti attivi nell’esperienza e negli eventi. Il bambino ha l’esperienza di essere l’autore delle proprie azioni e non di quelle degli altri. Il bambino avverte di essere un’entità fisica intera, provvista di confini.
A 3 mesi emerge il sorriso sociale, i vocalizzi diretti alle persone, lo scambio di sguardi attivamente ricercato, le preferenze per il volto umano e per la voce. Il bambino è orientato verso il rapporto con gli altri che non è cercato solo per la regolazione dei bisogni fisiologici.
A tre mesi, il bimbo è coordinato dal punto di vista motorio, per cui afferra gli oggetti intenzionalmente, si guarda le mani e ci gioca; la prensione sarà sempre più solida.

2) Lo sviluppo dai 3 ai 6 mesi
Dai tre ai sei mesi, il piccolo non è più un neonato, si muove sempre di più e comunica con le figure di riferimento, sorridendo; egli segue gli oggetti con gli occhi ed emette suoni utilizzando le vocali. In questo periodo comprende che ridendo, piangendo o toccando  oggetti provoca reazioni nel mondo che lo circonda.

Sviluppo cognitivo
Un’azione che abbia provocato uno spettacolo interessante induce un bisogno di ripetizione. Il bambino impara ad agitare un sonaglio a tirare uno spago che produce rumore, il bambino può scansare un fazzoletto che gli copre il viso, oppure cercare un oggetto se è nascosto solo parzialmente. Vi è riconoscibile una certa attenzione alle conseguenze di un azione sue o altrui.  Giochi: sonagli, palestrina luci e musiche
La percezione visiva è sviluppata tanto da essere attratto dai diversi colori e da essere ben coordinato nei movimenti occhio – mano. Sa prendere le cose e le porta al viso per osservarle meglio, e in caso di oggetti grandi li afferra con due mani. A sei mesi il bambino lascia cadere un oggetto dalla mano per prenderne altri. Dal punto di vista del linguaggio, sempre a quest’età, grida quando vede persone che conosce o qualcosa che gli piace. Dai sei mesi emette catene di sillabe del tipo “ma ma – ta ta – ga ga”. Lo sviluppo emotivo e sociale di questo periodo è espresso da sorrisi e pianti; se contento di vedere le persone, il bambino tenderà le braccia. Infatti, adesso distingue i volti noti da quelli sconosciuti, che osserverà bene prima di sorridere loro. Aumenta la capacità di associazione e quella di riconoscere gli oggetti usati solitamente. Attraverso la bocca esplora tutto.

Capacità motorie
4 mesi: sta seduto senza supporto
5 mesi: afferra gli oggetti
6  mesi: sta seduto nel seggiolone, afferra gli oggetti in movimento

3) Lo sviluppo dai 7 ai 9 mesi
Lo sviluppo cognitivo
Il bimbo tocca ogni oggetto per comprenderne la funzionalità e tende a gettare questi a terra. Inoltre è consapevole che il suo pianto farà venire da lui qualcuno. Sa manipolare le cose passandole da una mano all’altra e si diverte a sentirne il rumore. La coordinazione vista – mano migliora e afferra sempre meglio gli oggetti. Imita i suoni percepiti e dà nomi agli oggetti quali biberon e ciuccio. Capisce il significato di “vieni” , “dammi” , il suo nome e “no”. Piange quando vede la mamma allontanarsi in quanto percepita come parte di sé; batte le mani e saluta con la manina; ancora, anticipa l’ora del cibo e della passeggiata, ride con gusto ed è attratto da altri bambini. Ama fare le stesse cose con i giochi perché ha scoperto la relazione causa – effetto; tende ad imitare con interesse ciò che vede fare attorno a sé. Giochi: per impilare (motricità fine), per gattonare

Capacità motorie
7 mesi: sta seduto da solo
8 mesi: si mette a sedere da solo
9 mesi: sta in piedi appoggiandosi ad un mobile, avanza strisciando sull’addome


4) Lo sviluppo dai 10 ai 12 mesi
Lo sviluppo cognitivo
Scoperta di un mondo fuori da se. Comparsa dell’intelligenza senso motoria: differenziazione tra mezzi e fini. Il bambino rimuove l’ostacolo, poggia un oggetto che ha in mano se ne vuole prendere un altro. Gli oggetti scomparsi cominciano a venir ricercati.
Sorge l’intenzionalità, la pianificazione e la differenziazione di mezzi e fini. Il bambino sa cosa vuole e capisce come ottenerlo: gli oggetti vengono usati come strumenti per ottenere un fine. Gioco euristico: sacchetti sorpresa.  E’ allegro e comunicativo, gattona e appoggiandosi camminerà. E’ in grado di esprimere gioia se lodato e rabbia se sgridato.
Gli piace giocare mettendo e togliendo oggetti in un contenitore, e inserire le dite in tutto ciò che ha un’apertura. Si fa capire senza parole, conosce le proibizioni e le frasi abituali anche senza gesti.
Se desidera qualcosa utilizza i suoni o indica ciò che vuole. Sa dire “mamma” , “papà” gridando tali parole se essi non sono presenti ai suoi occhi.
Ha una maggiore autonomia a livello sociale infatti gioca vicino ad altri bimbi ma non con loro, infatti in questo periodo egli sperimenta il cosiddetto “gioco in parallelo” , cioè il bimbo non condivide i suoi giochi perché li considera parte di se stesso.
Il bimbo di quest’età ogni giorno è più intelligente e mostra voglia di apprendere: ricorda, da un giorno all’altro, dov’è un gioco o un oggetto e va a cercarlo direttamente.
Acquisisce la consapevolezza di essersi comportato bene o se ha fatto qualcosa che non doveva, e questo è importante per impostare regole, limiti e divieti nel suo comportamento.

Capacità motorie
10 mesi: cammina se tenuto per le mani, avanza a carponi sulle mani e sui gomiti
11 mesi: sta in piedi da solo
12 mesi: cammina se tenuto per mano

ORIENTAMENTO SCOLASTICO E PROFESSIONALE TRA PARI: LA PEER TUTORING

I dati divulgati dall’OCSE rilevano lo scollamento che nel nostro Paese esiste fra il mondo scolastico e quello lavorativo. Nell’incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro non sembra esistere nel nostro Paese un efficace meccanismo che riesca a mediare in maniera funzionale il rapporto fra il mondo formativo ed il mondo produttivo. È importante mettere in evidenza come il ruolo e la funzione che la scuola potrebbe svolgere entro questa dinamica sociale è veramente significativo, in quanto il sistema scolastico si colloca nel punto di contatto fra il mondo giovanile ed i contesti produttivi.

Disorientamento…
L’orientamento può essere definito il modo, l’atto e l’effetto dell’orientare o dell’orientarsi.
“Orientare significa porre l’individuo in grado di prendere coscienza di sé e di progredire, con i suoi studi e la professione, in relazione alle mutevoli esigenze della vita, con il duplice scopo di contribuire al progresso della società e di raggiungere il pieno sviluppo della persona umana” (Unesco, 1970).
L’orientamento si propone il fine di aiutare il giovane ad assumere le responsabilità dei propri problemi, ad accettare l’incertezza, ad essere disponibile al cambiamento e ad intraprendere una determinata carriera. Attualmente si considera l’orientamento come attività basata sul coinvolgimento di tutte le risorse educative e sociali in grado di influire sulla scelta scolastica e professionale, e caratterizzata da un’attenzione particolare alla persona di cui si riconoscono l’individuo e la disposizione ad progettualità. L’orientamento può anche essere considerato secondo un’ottica di prevenzione reattiva intesa come attività che aiuta i soggetti ad individuare e a porre in atto modalità di azione (coping) che consentono di affrontare più adeguatamente la situazione critica. L’azione orientativa deve costituire un momento in cui è possibile:
-         fare il punto della situazione presente circa le conoscenze che l’individuo possiede,
-         centrare l’attenzione sul problema
Per l’orientamento al lavoro anche le capacità manageriali, il bisogno di indipendenza, il bisogno di stabilità e di sicurezza, l’intraprendenza e la creatività, la dedizione a una causa, la sfida ovvero il desiderio di conquistare qualcosa o qualcuno e lo stile di vita. L’educazione alla scelta, ha come obiettivo far sì che il ragazzo diventi protagonista del proprio progetto di vita, ponendo se stesso al centro del processo decisionale.

Obiettivi
L’obiettivo principale è quello di creare un contesto di lavoro in cui gli studenti possano farsi committenti del proprio progetto formativo e professionale, attraverso il riconoscimento e l’utilizzazione delle risorse e degli strumenti presenti sia nell’esperienza personale che nel contesto sociale e scolastico. Con il metodo della consulenza tra pari, i giovani vengono preparati a fornire aiuto e consulenza ad altri giovani simili a loro.
Si ipotizza che:
·        I pari godono con gli altri giovani di un tipo di credibilità maggiore rispetto agli adulti in quanto fanno parte di una classe culturale e di un età diversa;
·        che i messaggi siano maggiormente ascoltati se coloro che li diffondono vi si possano identificare e quindi nell’intervento in cui si utilizza la peer tutoring.

Gli obiettivi specifici sono:
·        Creare uno spazio di lavoro che permetta di analizzare le motivazioni e i processi di scelta che intervengono nelle fasi di transizione;
·        Favorire, nei ragazzi, un’affermazione di consapevolezza delle proprie potenzialità;
·        Favorire l’individuazione delle competenze e delle risorse personali dei partecipanti, sviluppando capacità organizzative e di auto-monitoraggio;
·        Sviluppare strategie di scelta che permettano, allo studente, un realistico confronto fra risorse e strumenti offerti dal contesto e aspirazioni e capacità personali, in grado di modulare l’orientarsi, nell’immediato e nel futuro;
·        Favorire la coesione all’interno del gruppo classe;
·        Migliorare la capacità di lavorare in gruppo;
·        Aumentare la capacità di ascolto, consulenza e problem-solving di gruppo.

Metodologia
Cos’è la peer-tutoring?
La peer- tutoring è una metodologia attraverso la quale l’orientamento avviene attraverso il gruppo dei pari.  Questa consente di acquisire informazioni e sviluppare strategie cognitive perfezionate tramite un processo di condivisione di pensieri, assunzioni di impegni reciproci e negoziazione di compromessi assumendo un atteggiamento di apertura nei confronti di nuove idee.
Utilizzando il gruppo come risorsa, i singoli partecipanti possono progettare e costruire strategie orientative nell’immediato e nel futuro. Il gruppo dei pari rappresenta, infatti, per l’adolescente uno spazio comunicativo privilegiato, un fattore fondamentale nella costruzione dell’identità in quanto consente di attivare un processo di confronto sociale, in cui i partecipanti possono costruire un progetto di crescita scolastica e professionale. A livello metodologico l’intervento si articola in alcune fasi essenziali: La considerazione preliminare dei fabbisogni dell’organizzazione scolastica rappresenta il presupposto per costruire un intervento rivolto ai ragazzi sull’analisi delle proprie risorse interne e  su del contesto in cui essi sono inseriti. I peer selezionati e adeguatamente formati andranno poi a svolgere la loro funzione di tutoring con i pari, sempre sotto l’attenta supervisione dei consulenti psicologi. Si svilupperà in questo modo un intervento “a cascata” nel quale tutta l’organizzazione scolastica, a vari livelli, potrà usufruire dei benefici del lavoro con un utilizzo di risorse prevalentemente interne ed una ovvia riduzione dei costi. Il consulente psicologo, d’altra parte, avrà prevalentemente funzioni di organizzazione, avvio e monitoraggio del lavoro dei peer nelle classi.

giovedì 19 maggio 2011

STORIA E MODELLI DELL’ORIENTAMENTO

L’orientamento può essere definito il modo, l’atto e l’effetto dell’orientare o dell’orientarsi. “Orientare significa porre l’individuo in grado di prendere coscienza di sé e di progredire, con i suoi studi e la professione, in relazione alle mutevoli esigenze della vita, con il duplice scopo di contribuire al progresso della società e di raggiungere il pieno sviluppo della persona umana” (Unesco, Bratislava 1970).
Gli psicologi dell’orientamento, fin dagli inizi si sono posti due domande:
1.     in che cosa le persone che esercitano una professione o si applicano in certi studi differiscono da coloro che ne esercitano un’altra;
2.     in che cosa le persone che riescono bene in una determinata materia o in un lavoro sono diverse da coloro che vi ottengono minor risultato o che non riescono affatto.
Per rispondere a tali quesiti, e per vedere sotto quali aspetti questi sono stati analizzati, dobbiamo percorrere le fasi attraverso le quali possiamo ricostruire le diverse concezioni dell’orientamento e i concetti chiave che ne costituiscono la struttura portante.
La prima fase è quella che Scarpellini e Strologo (1976) definiscono diagnostico-attitudinale, questa assume come modello teorico la ricerca psicofisiologica: centrando l’attenzione sulle componenti psicosensoriali delle prestazioni individuali, ne deriva la convinzione che sia possibile individuare le attitudini dell’individuo definite come disposizioni naturali ereditarie.
Secondo tale concezione, attraverso un esame psicometrico, si conoscono le attitudini del singolo da mettere in relazione con le esigenze delle professioni. Questa si fonda sul tentativo di mettere “l’uomo giusto al posto giusto” (Lawe, 1929) per permettere alla società industriale di ottenere sempre maggiori profitti attraverso un più razionale e produttivo investimento della forza lavoro, perseguendo finalità di maggiori profitti e non certo di autorealizzazione dell’individuo.
Fondamentale in tal senso viene ritenuto il concetto di attitudine, termine con cui si definisce una disposizione naturale di ascendenza psicosensoriale che è possibile misurare attraverso prove e reattivi approntati dalla psicotecnica. Lo scopo prioritario dell’orientamento, secondo questo approccio, è quello di determinare il livello di coincidenza tra le attitudini dell’individuo (sensoriali, percettivo-motorie, legate ai tempi di reazione), da considerarsi come disposizioni prevalentemente naturali presenti in misura diversa da persona a persona e caratteristiche e requisiti di una specifica posizione lavorativa. Si basa quindi sul presupposto che ogni individuo possieda abilità e capacità che lo rendono idoneo a un determinato lavoro, di cui si sono in precedenza definite le specificità.
I presupposti che stanno alla base di questo approccio “risentono almeno di due pretese meccaniche: essi stabiliscono infatti che in ogni individuo esistono delle capacità e disposizioni congenite tali da renderlo più adatto a certe professioni che richiedono precisamente quelle tipiche abilità [] e inoltre che si possono costruire prove oggettive a misura delle singole capacità” (Scarpellini, Strologo, 1976). In questa prospettiva la diatesi del verbo è quella di orientare qualcuno.
L’impostazione psicoattitudinale viene progressivamente messa in crisi, verso gli anni ’30, dai risultati di alcune ricerche empiriche sul rendimento lavorativo. Tali studi evidenziano come, prendendo in esame due persone dotate di una stessa attitudine nei confronti di una attività lavorativa, quella che dimostra un più elevato grado di interesse nei confronti di questa attività ottiene una migliore riuscita lavorativa; ovvero  secondo Baumgarten (1949) il soggetto con più alto grado di interesse offre maggiore garanzia di riuscita al lavoro. Intorno agli anni ’30 al concetto imperante di profitto inizia a contrapporsi il concetto di “interesse al lavoro” da parte dell’individuo. Si giunge pertanto all’elaborazione della teoria “caratteriologica-affettiva” secondo cui la valutazione delle semplici attitudini psicofisiologiche è considerata insufficiente e lacunosa se non integrata dalla conoscenza del carattere dell’individuo, in quanto proprio il carattere viene ritenuto responsabile della dinamica dell’adattamento allo studio e al lavoro. Il motore primo del rendimento lavorativo è considerato quindi l’interesse e non più l’attitudine. L’orientamento si caratterizza in questa fase più sul versante psicologico che psicofisiologico. Le caratteristiche del soggetto e i suoi interessi manifesti vengono considerati come indizi illuminanti del suo “stato psichico” e investigati tramite l’utilizzo di test. Il perfezionarsi dei metodi psicometrici che favorisce i tentativi di misurazione degli interessi professionali nel quadro della pratica orientativa. La costruzione e la somministrazione di adeguati strumenti di rilevazione vede come proprio interlocutore provilegiato la popolazione adolescenziale e giovanile.
Secondo tale approccio risulta adatto ad un determinato lavoro non solo colui che sa fare grazie ad attitudini specifiche, ma colui che trova piacere a fare, in quanto ha interessi particolare che lo sostengono.

L’attenzione alla variabile interessi pone l’attenzione verso le componenti affettive, intellettive e volitive della persona considerata nella sua globalità. In questa fase l’orientamento considera l’esperienza professionale della persona non in modo isolato, ma all’interno di una dinamica più complessa di cui gli interessi rappresentano la principale spinta motivazionale influenzata anche da condizionamenti ambientali e socioculturali cui l’individuo è sottoposto (Viglietti, 1983).
Con questo approccio l’azione orientativa si sposta verso una più approfondita indagine delle dinamiche psichiche; dalla percezione esterna delle attitudini-capacità ci si orienta ad osservare la struttura di personalità, al fine di individuare la disponibilità interiore verso un lavoro, la carica di investimento affettivo-emotivo che l’individuo canalizza su di esso, il livello di partecipazione, di attenzione e di curiosità che una determinata attività suscita.

 

 

Il progressivo sviluppo della psicologia in senso dinamico, con l’accentuazione dello studio sulle “modalità” di funzionamento dell’individuo, portò al superamento della concezione dell’orientamento inteso come esame psicometrico delle attitudini e dei tratti caratteriologici. Di conseguenza i test persero parte della loro importanza a favore di una individuazione delle inclinazioni più profonde rilevabili soprattutto attraverso il colloquio.

Tra il 1945 ed il 1960, l’approccio dinamico, amplia il concetto di orientamento in quanto tiene conto dei bisogni profondi dell’uomo. L’interesse dell’orientatore è centrato sull’individuo che viene aiutato a comprendere autonomamente gli elementi necessari a risolvere il problema. L’esame d’orientamento agisce quale elemento di chiarificazione, in quanto in grado di aiutare il soggetto a conoscere le sue tendenze profonde dalla cui soddisfazione, in armonia con le attività professionali, deriva il suo adattamento emotivo. Nella terza fase, appunto quella clinico-diagnostica il lavoro è visto quindi come fonte di soddisfazione per l’individuo, come momento di realizzazione dei suoi bisogni più profondi e originari (ad esempio il bisogno di conoscenza, di realizzazione, di gratificazione, ecc.). Acquisiscono quindi un’importanza di primo piano il vissuto del soggetto, il suo passato e le sue motivazioni inconsce.


L’orientamento deve tendere a evidenziare e a far emergere le motivazioni profonde che portano alla scelta della professione che possa maggiormente soddisfare le esigenze personali. Mentre gli interessi considerati nella fase precedente si riferiscono a una preferenza, che solitamente trova la sua origine in fattori esterni quali la famiglia, i mass media e l’ambiente in genere, e in quanto tali possono essere soggetti a cambiamenti, le motivazioni sono legate e manifestano i bisogni più profondi della persona.
Secondo Viglietti (1981) accanto agli elementi coscienti ve ne sono altri incoscienti a carattere emozionale che hanno radici profonde nel passato del soggetto, ai quali si deve spesso collegare la motivazione dei nostri atti.  All’orientamento viene affidato, quindi il compito di scegliere fra le varie professioni quella che maggiormente si mostra in grado di soddisfare i bisogni profondi della persona che la svolge.
In questa fase assumono fondamentale importanza le inclinazioni e non tanto gli interessi, queste sono, secondo Gemelli (1960), l’espressione dei bisogni più profondi della personalità umana, inconsci quindi interni al soggetto e non vi può essere riuscita professionale o scolastica se non vi è corrispondenza fra lavoro e inclinazioni,  mentre gli interessi sono legati a fattori esterni come la famiglia e l’ambiente.
In questa fase cambia anche la figura professionale dell’orientatore, non si tratta più del tecnico testista, ma l’orientamento diventa dominio dello psicologo clinico che utilizza i metodi della psicologia clinica quali il colloquio e reattivi proiettivi.
Sul piano operativo tale approccio mostra dei limiti, dovuti alla difficoltà di estendere le proprie metodologie di intervento ad un numero elevato di utenti.
Inoltre, tale concezione mette l’accento sulla dinamica profonda dell’orientando, sui suoi bisogni, conflitti, ansie trascurando altri fattori come le condizioni economiche e quelle culturali, le tradizioni e i pregiudizi, i valori, le idee, i modelli socialmente acquisiti.

Le prime critiche al predominio della psicologia vengono dalla psicologia che rimprovera gli psicologi di aver trascurato l’importanza dell’ambiente come fattore di condizionamento dell’individuo nella formazione degli interessi professionali e rispetto alle sue potenzialità di scelta. Naville (1945) rivendica il ruolo svolto dai fattori sociali ed economici nella determinazione delle carriere.  Il sociologo francese sostiene inoltre che quelle che la psicologia definisce come attitudini e considera componenti innate sono caratteristiche acquisite dalla persona nel corso della propria esperienza sociale.
I sociologi si focalizzano prevalentemente su due aspetti: sul legame  fra ambiente socio-familiare e scelta lavorativa e tra scelta lavorativa e sbocchi professionali.
In questa prospettiva l’orientamento si configura soprattutto come intervento di razionalizzazione fra domanda e offerta.
Il denominatore comune delle prime tre fasi dell’orientamento è quello di rifarsi a un modello orientativo che riserva al soggetto un ruolo passivo mentre il ruolo dominante è svolto dallo specialista che orienta.
Infatti, le critiche alla psicologia vengono anche dalla pedagogia secondo  Leon (1957), infatti, l’orientamento deve trasformarsi  in un’azione educativa, finalizzata al coinvolgimento dell’adolescente. Inizialmente questo tipo di supporto si connota in senso prevalentemente informativo, finalizzato cioè alla conoscenza della realtà sociale, economica e produttiva che lo circonda.

La critiche in tal senso ha portato allo sviluppo di una nuova concezione, la fase dello sviluppo vocazionale (Viglietti, 1995). Questa fase si basa sulla convinzione che la scelta professionale raggiunge la sua maturazione attraverso tappe evolutive che devono essere affrontate e adeguatamente superate, tenendo presente che la scelta professionale può rappresentare per il soggetto una trasposizione ed un’attuazione dell’immagine di sé. La diatesi del verbo è diventata riflessiva:orientarsi.
In questi anni (1970) l’orientamento è visto come un problema importante per la cui risoluzione necessitano in primo luogo gli apporti dell’individuo, poi della famiglia, della scuola e della società.
Le tappe dell’evoluzione della scelta professionale si basano sull’esplorazione da parte del soggetto, di tutte le sue possibilità per poter formulare un progetto personale e poterlo successivamente realizzare.

Secondo Super (1957) che elaborò la teoria dello sviluppo vocazionale è possibile individuare delle tappe evolutive di maturazione alla scelta, pertanto è il soggetto che, opportunamente aiutato con azioni educative, decide il proprio progetto futuro.
L’approccio vocazionale prende in considerazione le componenti razionali ed emotive, le attitudini gli interessi.
A un’idea di orientamento statico si viene progressivamente sostituendo una concezione dinamica, da un centraggio sul lavoro e sulle sue esigenze ci si sposta progressivamente verso la persona e i suoi bisogni, ponendo l’individuo al centro del processo orientativo.
Si comincia a delineare la possibilità di una autodeterminazione umana nei confronti dell’inserimento sociale e professionale, che implica contemporaneamente problemi di natura psicologica e pedagogica ma anche di tipo economico e sociale e in cui la pratica orientativa prende sempre più le caratteristiche di un processo di auto-orientamento.
Il soggetto viene considerato attivo, in grado di orientarsi autonomamente nel progetto con l’operatore in un clima di piccolo gruppo, che richiama concettualmente Lewin e la psicologia topologica e Rogers con i gruppi di incontro.

Inoltre, mentre gli approcci passati hanno identificato nell’adolescenza la fase cruciale del processo di scelta professionale, con i contributi di Super si delinea un modello di carriera lavorativa che interessa tutto l’arco esperienziale del soggetto. Ovvero che i cambiamenti e le scelte non si concludono nell’adolescenza, ma continuano significativamente per tutta la vita. Questo diventa quindi un supporto a tutti i gruppi sociali impegnati a fronteggiare differenti momenti di transizione, come gli adulti cassaintegrati, quelli che cercano un secondo impiego, i portatori di handicap, i disoccupati, ecc.. L’orientamento viene inteso come un processo continuo, una formazione permanente perde così di significato la distinzione tra orientamento scolastico e professionale. Le condizioni di transazione che caratterizzano il sistema economico e sociale degli anni ’70 e ’80 richiedono, infatti, alle persone la capacità di operare scelte che presuppongono una circolarità ricorrente fra esperienze formative ed esperienze lavorative. L’orientamento diventa quindi un supporto strategico alla persona che si trova a vivere situazioni di transizione dalla formazione al lavoro e viceversa e dal lavoro al lavoro.

I nuovi riferimenti teorici hanno portato a vedere l’orientamento in una prospettiva di educazione alla scelta in cui al centro di questo processo viene posto l’individuo che si deve orientare e non  più l’esperto orientatore.
Viene messa in discussione l’egemonia della psicologia  per affermare l’interdipendenza di differenti contributi delle scienze sociali come la sociologia e l’economia.
Nella fase maturativo-personale si pone al centro dell’intervento orientativo l’autodeterminazione umana che deve trovare la massima possibilità di manifestarsi e realizzarsi. Quindi orientare diviene sinonimo di aiuto alla persona a prendere coscienza di sé, educando alla scelta o meglio a saper scegliere.
Gli operatori dell’orientamento hanno quindi il compito di facilitare la consapevolezza e la responsabilità individuale ed il compito di abilitare il soggetto a prendere decisioni riguardo a scelte di carattere personale proprio fornendo l’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire schemi di pensiero e di azione. I concetti fondamentali diventano il processo di maturazione e l’autodeterminazione personale in relazione ad un soggetto in posizione attiva.

L’orientamento oggi in Italia

L’obiettivo di quanti oggi operano nel campo dell’orientamento è quello del superamento di una visione specialistica e unidirezionale a favore di un metodo che consideri prioritaria la necessità di  integrare una pluralità di interventi e competenze che agiscono a “rete” attraverso progetti e verifiche che ne consolidino nel tempo le opportunità e l’efficacia. L’approccio globalistico-interdisciplinare a qui oggi si fa riferimento tiene conto della persona in termini di interessi, bisogni, attitudini ma anche di tutta la costellazione di fattori sociali che necessitano di essere conosciuti dal soggetto per poter effettuare quella sintesi personale in cui egli trova la propria identità personale e professionale. Si fa spazio un modo di vedere l’orientamento, fase esistenziale, come una modalità permanente di sviluppo della persona vista in funzione di un suo orientamento dinamico nella società. L’approccio esistenziale è rivolto a tutto l’uomo e considera che la professione a cui è chiamato non è quella di occupare un posto produttivo, ma quella di realizzare se stesso. Scarpellini (1994) ha visto la finalità primaria dell’azione orientativa nel servizio alla persona e in secondo luogo alla società.

Modelli pragmatici di riferimento

 

1) Modello informativo

Questo modello ritiene fondamentale e sufficiente l’erogazione del maggior numero possibile di informazioni al soggetto, affinché provvedere ad elaborarle e ad operare le sue scelte. Il piano informativo previsto è di ampio respiro e spazia dai percorsi scolastici e professionali ad una panoramica delle opportunità offerte.

2) Modello psicodiagnostico

L’utilizzo di test in ambito diagnostico va considerato come un mezzo per consentire all’individuo di acquisire ulteriori informazioni su se stesso in modo che possa affrontare con maggiore consapevolezza i suoi problemi esistenziali
Fondamentali in questo modello sono i termini tradizionali di attitudini, personalità e interessi ma anche altri aspetti dell’individuo, ad esempio abilità di problem solving, modalità di apprendimento e di organizzazione dello studio. L’accertamento di tali caratteristiche viene attuato a tramite strumenti statistici come i test come quelli di rendimento e di personalità.
Le  attitudini possono essere considerate delle capacità a fare bene determinate cose. Definiscono un saper fare meglio degli altri perché presente una sorta di predisposizione innata ad ottimizzare l’apprendimento e l’attivazione di determinate conoscenze o esecuzioni. Attualmente sono presenti batterie attitudinali multiple (DAT) e test di attitudini specifiche. Di fondamentale importanza è comunque valutare ai fini dell’orientamento non sono le attitudini ma anche l’interesse e la motivazione. Fondamentale è anche conoscere i valori professionale perché questo permette di capire il significato di certi percorsi formativi e di vita. I valori che si strutturano nell’infanzia e si consolidano nell’adolescenza dipendono da vari fattori: la storia personale e lo stile educativo dei genitori, le influenze dovute dalle relazioni affettive con gli adulti di riferimento; l’appartenenza culturale e sociale della famiglia; dalla personalità e dalle influenze del paese e dell’epoca in cui si vive.
Per quanto riguarda gli interessi professionali vengono utilizzati dei questionai di valori professionali. Per le motivazioni il questionario sull’efficienza nello studio.
Per le caratteristiche di personalità i questionari di personalità come MMPI ed il Big Five test proiettivi come il Rorschach ed il TAT.
Per valutare le abilità cognitive vengono utilizzati i test di intelligenza, quelli psico-attidunali e quelli di profitto. Tra i test d’intelligenza  che trovano applicazione nell’orientamento e nella selezione del personale troviamo test di intelligneza generale come le matrici progressive di Raven e il test del domino e test di intelligenza collettivi che riunisce una serie di abilità specifiche come il test di OTIS. Tra i test psico-attitudinali che generalmente sono riuniti in batterie troviamo il DAT e il test delle abilità mentali primarie. I test di profitto misurano i risultati di apprendimento specifici.

3) Modello educativo

Le condizioni socioculturali, grazie all’interazione di alcuni fattori preminenti (stato economico e livello culturale della famiglia di provenienza, atteggiamento nei confronti della scuola, ecc.) sono considerate determinanti sulle scelte formative e/o professionali dell’individuo. Secondo questo modello, l’orientamento, si realizza lungo un continuum che coincide con tutto l’arco della vita lavorativa. Quindi l’individuo dev’essere seguito nella fasi di scelta almeno per tutto l’arco evolutivo, prendendo in considerazione non solo l’aspetto o determinati aspetti della personalità, ma l’individuo nella sua globalità. Fondamentale è facilitare autonomi e consapevoli processi decisionali in cui l’obiettivo dell’orientamento non è solamente la conoscenza del potenziale psicologico dell’individuo ma inizia a dilatarsi  alla conoscenza del mondo sociale, del lavoro, delle professioni, tendendo alla promozione del processo di maturazione professionale dell’individuo e d implicando competenze progettuali e responsabilità personali per una scelta matura e consapevole.
Secondo Ginzberg la scelta professionale è un processo evolutivo che comporta non una singola decisione bensì una serie di decisioni prese lungo un percorso di molti anni: questo processo, inoltre, sarebbe in larga misura irreversibile e si concluderebbe in un compromesso che è un aspetto essenziale di ogni scelta.
Secondo questo approccio fattori interni ed esterni interagiscono durante lo sviluppo e spiegano l’itinerario vocazionale della persona. Secondo la teoria di Ginzurb la sequenza degli eventi che conduce alla scelta professionale viene descritta come un processo di decisione che si sviluppa in tre fasi. Nella prima tra i 7 e gli 11 anni vengono effettuate delle scelte di fantasia; la seconda fase tra gli 11 e i 17 anni è detta dei tentativi; la terza dai 17 anni in poi è il periodo in cui l’individuo giunge a scelte realistiche. La prima fase si suddivide in 4 stadi. Nel primo stadio, quello degli interessi, il preadolescente comincia a rendersi conto che dovrà prendere decisioni circa il proprio futuro e le scelte sono prese su ciò che gli piace e che lo interessa. La maggioranza dei preadolescenti hanno il desiderio di fare il lavoro del padre. Nel secondo stadio, della capacità l’adolescente è più realistico e si chiede non solo quello che gli piace fare ma anche quello che può fare acquisendo maggiore consapovolezza dei fattori esterni iniziandosi a vedere nel futuro. Nel terzo stadio, del valore, l’adolescente considera più elementi come le possibilità e le abilità che ha. Nello stadio di transizione l’accento si sposta dai valori più soggettivi verso le condizioni della realtà. L’ultimo periodo delle scelte realistiche si ha una ricerca attiva di nuove conoscenze ed esperienze (esplorazione) dall’impegno in una data scelta (cristallizzazione) e della specificazione di questa in un campo lavorativo.
Una concezione più innatista è quella di ROE sull’origine e lo sviluppo degli interessi. Secondo tale concezione l’influenza ereditaria è più rilevante per le capacità intellettuali ed il temperamento che per gli atteggiamenti e gli interessi più determinato da esperienze individuali.
Punto cardine della teoria di Super è il concetto di sviluppo vocazionale, inteso come un processo continuo, dall’infanzia alla vecchiaia, caratterizzato dalla dinamicità perché risultante da fattori individuali e di tipo culturale. Nella prima fase dello sviluppo vocazionale, la fase della crescita, dalla nascita fino ai 14 anni, si ha un identificazione del ragazzo con le figure di riferimento e  una successiva differenziazione. La seconda fase, dai 14 ai 25 anni è un periodo di esplorazione di valutazione delle opportunità e di prove. Segue la cristallizzazione in cui si chiariscono le preferenze e la fase della stabilizzazione e progresso dai 25 ai 45 anni in cui abbiamo una stabilità ed un equilibrio acquisiti. La fase del mantenimento tra i 45 e i 65 e quella del declino. Fondamentale è per Super l’interesse posto sulla relazione fra immagine di sé e il tipo di scelta professionale a cui l’individuo aspira.

4) Modello del counseling

Questo modello prevede l’interazione di due persone il counselor ed il cliente con lo scopo di abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale come scegliere un lavoro o un corso di studi. Alla base di tale modello troviamo l’originaria intuizione rogersiana secondo la quale il modo migliore di venire in aiuto ad una persona non è dirle cosa fare ma piuttosto aiutarla a comprendere la sua situazione e a gestire il problema prendendo da sola le responsabilità delle scelte eventuali attraverso un colloquio centrato sulla persona.
Secondo Brunet il counseling consiste nell’abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale o a problemi o difficoltà speciali che lo riguardano direttamente. Compito del counseling è di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e mirati ad un più elevato stato di benessere. Il compito del counselor è quello di aiutare le persone a trovare dentro loro stesse le risposte che cercano, partendo sempre dal qui ed ora.
Il soggetto viene considerato come attivo in grado di autodeterminarsi e di orientarsi.
Accrescendo il livello della consapevolezza relativamente ai suoi schemi di pensiero e di azione, il soggetto aumenta la sua congruenza personale/procedurale per un uso migliore delle proprie risorse rispetto ai bisogni e desideri personali. Per esempio attraverso il bilancio delle competenze si permette al soggetto di elaborare un progetto professionale a breve, medio e lungo termine, a partire dall’analisi della sua esperienza, della sua storia, delle competenze che possiede e del suo potenziale, tenendo conto dei suoi gusti, dei suoi valori prioritari e delle scelte personali nella vita. La legislazione francese offre dal 1992 ai lavoratori con almeno 5 anni di esperienza la possibilità di usufruire di una consulenza personale e professionale. Tale modalità di counseling si propone di aiutare l’individuo a fare il punto del suo percorso di vita, a prendere coscienza delle competenze che ha acquisito, del suo potenziale, dei suoi interessi e valori, in modo da consentirgli di promuovere e mobilizzare queste sue risorse nell’ambito di nuovi progetti personali e professionali. Il bilancio delle competenze si basa sul modello ADVP cioè su una concezione dello sviluppo professionale inteso come processo dinamico e permanente, all’interno del quale l’individuo matura attribuendo significato e valore alle sue esperienze. Attraverso il bilancio è possibile attivare tale processo rendendo l’individuo consapevole delle sue risorse e quindi in grado di porsi come il principale artefice del proprio adattamento all’ambiente di vita. Il processo è finalizzato ad aiutare l’individuo a prendere coscienza di sé e delle opportunità offerte dall’ambiente circostante. Gli obiettivi che si vogliono raggiungere sono: supportare l’individuo nell’analisi critica del proprio percorso professionale elaborando un portafoglio di competenze traducendo cioè le singole esperienze in competenze e abilità; elaborare un repertorio di valori, preferenze ed interessi; costruire un progetto personale e professionale.
Il consulente di bilancio deve considerare l’utente nell’ambito di un approccio sistemico ponendolo in rapporto con il suo contesto relazionale e sociale. Lo strumento privilegiato è il colloquio individuale.
Un altro esempio è costituito dal carrer counseling che indica un’attività di counseling finalizzata alle scelte ed allo sviluppo professionale dell’individuo che ha come obiettivo quello di aiutare l’individuo con problemi connessi al suo lavoro e/o alla sua programmazione della carriera. In questo tipo di intervento rientra anche il counseling per l'outplacement che si rivolge a persone licenziate per elaborare il senso della perdita in modo che sia possibile riattivare le potenzialità personali ed investirle nella ricerca attiva del lavoro.
Un intervento di carrer counseling implica l’utilizzo sia di strumenti psicometrici che di colloqui individuali e per alcuni autori anche di gruppo.
La professione è una parte integrante del benessere dell’individuo, d’altra parte il mercato del lavoro è sempre più precario questo porta ad una maggiore richiesta del carrer conseling. Lo sviluppo di carriera, il carrier development viene considerato come un processo continuo, caratterizzato da scelte e da accomodamenti. Parsons è fra tutti gli autori quello che da inizio alla riflessione sul carrer development e parte dal presupposto che ogni individuo possiede tratti, interessi, abilità e caratteristiche di intelligenza. Egli sostiene la necessità di una buona conoscenza di sé e delle proprie caratteristiche per poter scegliere una carriera professionale idonea alla propria persona.

5) Modello psicosociale

Questo modello considera gli eventi come fenomeni sia individuali che sociali e li analizza tenendo conto delle relazioni che intercorrono tra i processi psicologi individuali e i processi sociali in un ottica di vicendevole interdipendenza.
Secondo questo approccio acquista importanza il processo di socializzazione e di socializzazione al lavoro come processo che permette al soggetto di considerarsi e di essere considerato membro del proprio gruppo grazie alle esperienze ed all’apprendimento per imitazione e identificazione.
L’esperienza formativa e lavorativa può essere rappresentata come un processo in continua evoluzione, caratterizzato da una pluralità di eventi significativi. Tali compiti di sviluppo si connotano come situazioni di transizione psicosociale e vengono descritte dagli psicologi come  eventi stressanti tanto da rendere la persona più vulnerabile per un bisogno di riorganizzazione della propria esperienza di vita che possono portare a parziali esperienze di crisi e a sentimenti di disagio psicologico. La situazione di transizione non minaccia il benessere psicofisico della persona se le richieste che provengono da contesto sono valutate come adeguate alle proprie capacità di risposta. La crisi, spesso percepita come negativa, può essere invece un’occasione di svolta, di sviluppo e una ricostruzione di un nuovo e più soddisfacente stato di equilibrio psicologico. Questa situazione porta ad una fase di disorientamento e di disorganizzazione psicologica. Entrano in gioco, in questa fase di gestione del problema gli stili personali di coping, il concetto di self-efficacy ovvero al percezione che il soggetto ha della capacità di portare a termine  con successo il compito che si trova ad affrontare. Tale rappresentazione si basa su un processo di autovalutazione che chiama in causa la sua storia personale di successi e d insuccessi. Un altro concetto importante in questa fase decisionale e quello di locus of control in quanto una persona che non si sente artefice della propria esperienza tende a sviluppare un atteggiamento passivo che può indurre un orientamento generale all’insuccesso. Quando una persona comincia a ritenere che qualsiasi comportamento messo in atto non permetterà di risolvere la situazione, si sviluppa una sentimento di learned helpessness o impotenza appresa cioè la responsabilità che il soggetto si attribuisce circa il fatto di non essere capace di controllare gli effetti del proprio comportamento.
Non tutte le situazioni di transizione sono portatrici di stress psicosociale, dev’essere percepita dal soggetto come un problema e come una minaccia per la propria identità. Inoltre le differenze individuali influenzano la percezione del problema e il livello di stress.
L’azione orientativa aiuta a riorganizzarsi in modo tale che la situazione non venga percepita come svalutativa per la propria identità e ad elaborare strategie di coping, finalizzate a una lettura delle variabili che intervengono nella situazione per capire come muoversi e per impostare un’adeguata soluzione del problema in cui si va incontro. Il sostegno al processo di orientamento è teso a favorire un’interazione fra l’individuo e l’ambiente (scolastico o lavorativo), articolando fra loro i fattori dei diversi gruppi di appartenenza. Quindi l’immagine del lavoro e della scuola è stata individuata come uno dei costrutti utilizzabili nella spiegazione del processo di scelta. Il filone di studi sulle rappresentazioni sociali è utile quindi per approfondire il problema degli atteggiamenti e delle opinioni nei confronti del lavoro e della formazione. Non è quindi la rappresentazione che il soggetto si costruisce nei confronti del lavoro e della scuola che ne condiziona in maniera automatica la scelta, bensì la modalità di articolazione che essa trova con l’immagine di sé elaborata dall’individuo nel corso della propria esperienza sociale.

Quindi se ogni situazione di transizione rappresenta una potenziale fonte di stress psicosociale, il fronteggiamento positivo di questa esperienza contribuisce a far sperimentare alla persona una condizione di benessere psicosociale e le fornisce indicazioni utili per la costruzione della propria identità.
Quindi secondo l’approccio psico-sociale l’azione orientativa aiuta il soggetto a riorganizzarsi in modo che la situazione non venga percepita come svalutativa per propria identità e ad elaborare strategie di coping finalizzate a una lettura delle variabili che intervengono nella situazione per capire come muoversi e per impostare un’adeguata soluzione del problema. Il sostegno al processo orientativo è teso a favorire un’interazione fra l’individuo e l’ambiente (scolastico o lavorativo) articolando fra loro fattori personali, relazionali e ambientali e mettendo in discussione vissuti soggettivi, schemi cognitivi e strategie consolidate di coping.
Secondo questa prospettiva, il processo di orientamento allarga il suo campo di intervento classico: non si colloca più prevalentemente sul versante dell’individuo e della valutazione delle sue potenzialità e aspirazioni, ma viene ampliato a tutti quei processi cognitivi che attengono all’articolazione tra psichico e sociale ovvero sia le posizioni sociali sia i sistemi di norme, valori, credenze che costituiscono il patrimonio ideologico e di conoscenze dell’ambiente in cui l’individuo vive e nel quale è avvenuta la sua socializzazione.
Il concetto di socializzazione si configura come quel processo che consente a ogni individuo- attraverso cui esperienze e forme di apprendimento, di imitazione e di identificazione- di considerarsi e essere considerato membro del proprio gruppo. Il concetto di socializzazione al lavoro quindi si configura come un processo di acquisizione di conoscenze, capacità, valori, motivazioni necessarie per divenire membro a pieno titolo di un organizzazione lavorativa. Questo processo coinvolge l’individuo per tutto l’arco della vita ed è influenzato da varie fonti (la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, i gruppi sociali di appartenenza, i mass media, i servizi di orientamento e i servizi sociali specifici) che operano un’azione di trasmissione di conoscenze socialmente condivise e propongono modelli esistenziali nella fase che precede l’entrata nel mondo adulto proponendo rappresentazioni del lavoro e del suo significato.
Nel processo decisionale svolgono quindi un ruolo determinante sia le rappresentazioni che l’individuo possiede di sé sia le rappresentazioni dei rapporti attraverso cui l’individuo si relaziona con il mondo circostante, risultano quindi essenziali il processo di socializzazione e quello di interazione sociale: l’individuo si costruisce l’immagine che ha di se stesso e il senso di avere una propria identità confrontandosi con il mondo che lo circonda, identificandosi con “altri” significativi, interiorizzando i ruoli che l’ambiente in cui è inserito ritiene idonei e socialmente accettati. Fondamentali quindi diventano l’immagine propria, ovvero l’insieme di caratteristiche che il soggetto ritiene di possedere: disposizioni, abitudini, capacità atteggiamenti; e l’immagine sociale ovvero dall’immagine di se che l’individuo si forma sulla scorta delle indicazioni e degli atteggiamenti che gli altri hanno nei suoi confronti. Fondamentale nel processo di orientamento è per l’individuo operare una scelta che armonizzi o per lo meno prenda in considerazione, sia le sue componenti personali sia le variabili riconducibili all’identità sociale. Ovvero le scelte devono essere in armonia sia con i propri bisogni soggettivi sia con i valori dell’ambiente che lo circonda.

L’interazione individuo-ambiente di lavoro deve tenere conto dei significati sociali, dei valori, delle aspettative connesse con il lavoro, in quanto tutti questi elementi sono parte integrante del soggetto e dei suoi meccanismi cognitivi.
L’applicazione della teoria delle rappresentazioni sociali ha portato a superare un’ottica di intervento esclusivamente valutativa e individualistica.
In questa prospettiva l’orientamento si configura come un intervento finalizzato a perseguire un percorso maturativo basato sulla consapevolezza delle proprie potenzialità e sulla responsabilità delle scelte operate. È possibile intervenire in questo senso sia individualmente sia in gruppo. Infatti  nell’ottica psico-sociale ogni decisione concernente l’adattamento e l’integrazione dell’individuo nella società non può prescindere dalle interazioni che si sviluppano nel gruppo, nonché dai valori e dai punti di vista che in esso si confrontano. Le reti e le dinamiche emotive insite nella dinamica di gruppo offrono al soggetto la possibilità di porsi in rapporto con quanto pensano gli altri discutendo e verificando le proprie idee. Il gruppo diviene quindi il luogo privilegiato in cui si verifichi un processo di confronto sociale. Secondo tale prospettiva l’individuo è considerato come portatore di bisogni ed è inserito in un reticolo di interazioni socialmente significative.

6) Modello globalistico-interdisciplinare

Tiene conto della globalità della persona in termini di interessi, bisogni, attitudini ma anche di tutta la costellazione dei fattori sociali che necessitano di essere conosciuti dal soggetto per poter effettuare quella sintesi personale in cui egli trova la propria identità personale e professionale.
L’approccio globalistico considera l’interazione di più fattori e la scelta orientativa è considerata come l’espressione di esigenze personali, familiari, socioculturali, economiche, di auto-orinetamento propositivo, progettuale, intenzionale ed esistenziale. Si fa riferimento ad una visione dell’orientamento come modalità formativa permanente finalizzata alla piena realizzazione dell’individuo.

7) Modello centrato sul self-empowerment

La filosofia dell’empowerment collega ogni forma di aiuto erogato alla persona, dall’informazione al counselling, ad una finalità generale di auto-promozione personale. I primi movimenti di questo approccio, anche se non viene menzionato l’empowerment, si ritrovano nella career education e nel metodo ADVP. La career education si propone quattro scopi: la conoscenza di sé stessi e la consapevolezza delle proprie attitudini:ì; la consapevolezza delle opportunità lavorative; l’acquisizione delle capacità decisionali; imparare a vivere la transizione.
Il metodo dell’ADVP parte dal presupposto che la maturazione della scelta professionale si realizzi attraverso alcune tappe evolutive che presentano differenti compiti vocazionali. L’individuo per completare il proprio percorso di sviluppo deve affrontare e superare positivamente le diverse tappe esplorando differenti campi professionali per arrivare a sviluppare la propria maturità vocazionale.
Secondo questo approccio, l’intervento orientativo deve: aumentare il livello di consapevolezza dell’utente circa le diverse variabili che intervengono nel processo orientativo; incrementare la capacità di lettura dei singoli fattori potenziando competenze di analisi e di valutazione critica; sviluppare metodologie attive di problem solving. Quindi ogni azione di orientamento deve perseguire tre obiettivi:
la ricostruzione: si tratta di aiutare la persona a tirare fuori tutte le informazione e le conoscenze, di esplicitare le rappresentazioni di sé, della scuola, del alvoro e del futuro;
l’allargamento: si tratta di ampliare le conoscenze, ma soprattutto di migliorare la capacità di lettura della realtà potenziandole capacità di valutazione critica introducendo nuove informazioni e nuovi punti di vista.
Il coping: si tratta di aiutare ad elaborare delle strategie per affrontare positivamente un evento nuovo e complesso o per impostare la soluzione di una situazione.

8) Modello umanistico

Il punto centrale di questo modello è che l’orientando è considerato come una persona, l’unico agente dell’orientamento, e tutto ciò che gli orientatori possono e devono fare consiste nel formare atteggiamenti corretti nei confronti delle carriere e far maturare la capacità di decidere razionalmente. Ai fini di una scelta soddisfacente si ritiene che l’orientando debba avere:
a)                      una conoscenza articolata delle scelte istituzionali scolastiche e formative e dei relativi sbocchi professionali;
b)                      una conoscenza articolata delle proprie capacità personali;
c)                       un chiarimento della propria posizione affettiva nei confronti della alternative di scelta con la segnalazione degli interessi e dei valori che ne derivano;
d)                      un chiarimento delle sue caratteristiche personali che potrebbero rendergli difficile il raggiungimento di certi obiettivi o renderlo insoddisfatto della scelta.
Questo tipo di approccio non ipotizza una deterministica corrispondenza dell’uomo giusto al posto giusto ma mette al centro gli interessi dichiarati dal soggetto che viene informato delle prospettive di realizzazione di un progetto di vita in relazione con le sue attitudini e con gli aspetti della sua personalità.
Al centro di tale modello ci sono gli atteggiamenti che sono connessi alle strutture più stabili della personalità dell’individuo, frutto aia dell’esperienza sia dalle convinzioni, emozioni, dinamiche profonde e valori.
Prove psicoattitudinali
L’esame psicoattitudinale degli alunni, e attuato attraverso una serie di prove somministrate collettivamente nelle singole classi e volto a valutare alcune caratteristiche individuali dell’alunno, sotto l’aspetto cognitivo, culturale e della personalità.
Ci sono una serie di informazioni che possono costituire dei punti di riferimento su cui basarsi per effettuare una scelta il più possibile consapevole e adeguata. A tale scopo possono essere somministrate un insieme di prove volte a valutare alcune caratteristiche dell’alunno, sotto l’aspetto cognitivo, culturale e di personalità.
Per le attitudini potrebbe essere utilizzato il Bpa (batterie di prove attitudinali); per gli interessi il Qip (questionario di Interessi Professionali); per le motivazioni allo studio cioè l’atteggiamento nei confronti della scuola, la regolarità nei compiti e l’utilizzo di un metodo di studio sistematico il Qes (questionario sull’efficienza allo studio); per la personalità come la stabilità emotiva, la fiducia nelle proprie capacità, la costanza e il seno di responsabilità, un questionario di autovalutazione ed il test del disegno di Wartegg.
Modello umanistico
1° fase informazione agli alunni
· Incontro dibattito collettivo con tutti gli alunni della scuola per la presentazione del progetto e inquadrare la tematica dell’orientamento
2° fase: informazione sugli alunni:
· Prerequisiti dell’apprendimento (test attitudinali, prove di profitto, osservazioni e valutazioni dei docenti)
· Interessi professionali (questionario di interessi MV 70)
· Situazione familire (scheda di opinioni di ogni alunno su: professioni esercitate dalla famiglia, preferenze individuali, motivi della scelta)
3° fase: somministrazione collettiva dei test
· Test di abilità; di matematica; di pensiero critico non verbale;
· Prova oggettiva di italiano, test di abilità, questionario di interssi
4° fase elaborazione dati
5° fase  restituzione dei risultati dei test
· restituzione dei risultati dei test ai singoli studenti (resoconto)
· colloquio individuale
6° fase: follow-up