sabato 18 giugno 2011

I GRUPPI DI AUTO-AIUTO: CARATTERISTICHE ed EFFICACIA




ASPETTI GENERALI

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1983, ha fatto rientrare sotto l’etichetta “autoaiuto”, tutte quelle misure che sono adottate da non professionisti per promuovere o recuperare la salute di una determinata comunità o gruppo sociale. Caplan (1974) ha suddiviso i gruppi di autoaiuto in base alle loro finalità definendo in questo modo tre tipi di gruppo: 1) persone che si trovano ad affrontare periodi di transizione nella loro vita, rapidi cambiamenti di ordine culturale o disorganizzazioni sociali; 2) persone che condividono un problema, una disabilità o qualche altra difficoltà (definiti anche “Insieme di Analoghi”) e che nel gruppo si scambiano reciproco sostegno; 3) persone che nei gruppi costituiscono una nuova comunità in cui possano coinvolgersi, pensiamo ad esempio a genitori senza coniuge. Da questo punto di vista Colaianni (1999, p. 30) definisce i gruppi d’autoaiuto come “gruppi per il cambiamento sociale” o anche come “Contesti d’apprendimento/cambiamento”.

Per meglio comprendere il funzionamento dei gruppi di auto aiuto può essere utile definirne le caratteristiche principali (Katz e Bender, 1976):

§ Il numero limitato di partecipanti consente di sviluppare relazioni e processi affettivi stretti fra i membri;

§ Sono centrati su specifici problemi e sofferenze dalla cui condivisione discende la similarità delle storie di vita. Si tratta di una simmetria tra i membri che deriva da una situazione di disagio e da un bagaglio esperienziale simile. L’aiuto che viene scambiato consiste generalmente in attività intraprese dai membri proprio rispetto a questi problemi;

§ Le origini di questi gruppi sono, di solito, spontanee anche se più recentemente molti di essi sono istituiti da organizzazioni quali i servizi sociali;

§ Condividono obiettivi comuni ed emersi dal gruppo stesso più che determinati dall’esterno;

§ La comunicazione è di tipo orizzontale, tutti possono partecipare in modo personale, allo scambio reciproco d’informazioni, racconti ed emozioni, rispettando gli altri e senza accentrare su sé stessi la discussione.

§ Vi è un coinvolgimento ed una partecipazione personale dei membri.

§ Aiutare se stessi e gli altri è la norma espressa dal gruppo. L’enfasi è posta sulla cooperazione e sulla mutualità tra i membri, sull’utilità della propria partecipazione e impegno a vantaggio dell’altro e del gruppo. Ed è proprio chi aiuta l’altro che maggiormente può beneficiare del sostegno, secondo il noto principio dell’Helper;

§ E’ attraverso la sperimentazione di nuove modalità di comportamento, di modi di sentire e trasmettere i propri vissuti che diventa possibile elaborare, cognitivamente ed affettivamente, una nuova forma di conoscenza ed aumentare la stima di sé. La competenza è basata sull’esperienza concreta più che sulla formazione specialistica (Grosso, 1992).

§ Potere e leadership sono condivisi alla pari e tendono a ruotare tra i vari membri del gruppo in base a contingenze, capacità, meriti e livello di esperienza di volta in volta raggiunti dai membri.

§ La condivisione di certe condizioni o difficoltà oltre a definire il senso d’appartenenza al gruppo aldilà delle differenze di età, sesso, status socioeconomico ecc., ne determina la mutualità.

§ Lo scopo è quello di procurare aiuto e sostegno ai membri del gruppo nell’affrontare i loro problemi e nel migliorare la loro efficienza psicologica.

§ L’origine e l’approvazione devono derivare dagli stessi membri del gruppo. Nel caso il gruppo nasca per iniziativa di un professionista, esso deve poi continuare la propria attività in maniera indipendente.

§ La fonte d’aiuto risiede negli sforzi, nelle capacità e nelle competenze dei membri in relazione tra loro come pari.

§ Vi è un orientamento non competitivo ma cooperativo fra i membri

Katz e Bender (1976) classificano i gruppi d’autoaiuto in base al loro focus principale:

1. Gruppi focalizzati sull’autorealizzazione e sulla crescita personale, considerati gruppi terapeutici;

2. Gruppi più centrati sulla difesa sociale, attraverso campagne di sensibilizzazione, confronto con le istituzioni, ecc.;

3. Gruppi focalizzati sulla ricerca di stili di vita alternativi;

4. Gruppi per emarginati e persone svantaggiate, come luogo sicuro;

5. Gruppi misti, con due o più delle precedenti caratteristiche.



Francescato (1995) propone una classificazione dei gruppi d’autoaiuto che tiene conto principalmente delle finalità perseguite dal gruppo e della sua composizione.

1. Gruppi per l’eliminazione o il controllo di comportamenti problematici.

I cui componenti lottano per uscire da una dipendenza, che sia da una sostanza (es. alcol, fumo, cibo), da un’altra persona (dipendenza affettiva) o da stili di vita pericolosi per se o per gli altri (gioco d’azzardo, violenza sui figli). Attraverso l’identificazione ed il modellamento con persone che sono più avanti nel percorso di cambiamento, i membri dei gruppi acquisiscono fiducia rispetto alla possibilità di poter mutare i propri comportamenti ed aumentano la propria autostima.

2. Gruppi per handicappati o malati cronici.

Si tratta di persone portatrici di problematiche fisiche o psichiche, spesso costrette a tenere sotto controllo la propria salute con diete particolari, terapie, limitazione dei comportamenti (es. infartuati, diabetici, schizofrenici). Il gruppo aiuta a raggiungere un buon livello di autoresponsabilizzazione, aumenta la percezione positiva di se come persone che possono fare qualcosa per stare meglio e che possono essere utili per se e per gli altri.

3. Gruppi di parenti di persone con problemi gravi.

Costituiscono questi gruppi persone i cui congiunti sono portatori di problematiche che rientrano nelle due precedenti categorie della classificazione.

Parenti di alcolisti o tossicodipendenti, di pazienti psichiatrici, persone affette da tumore ecc., sono spesso soggette ad alti livelli di stress, tali da poter divenire minaccia per la loro stessa salute, fisica e psichica. Attraverso lo scambio d’informazioni, il supporto emotivo ed anche l’aiuto materiale ognuno riceve e dà sostegno sociale il che ha anche un effetto tampone rispetto alle conseguenze dello stress prolungato.

4. Gruppi di persone in situazione di crisi.

Composti da soggetti che attraversano un periodo di crisi legato ad un evento negativo come una separazione, un lutto od un trasferimento; ad un evento positivo che stravolge la loro vita, ad esempio un’adozione o la nascita di un figlio; un cambiamento che incide sulla propria identità, comunemente il pensionamento o la menopausa. Attraverso la condivisione di un’esperienza, grazie ai meccanismi di identificazione e aiuto reciproco si può uscire dalla situazione difficile competenti e rafforzati.



QUALI DINAMICHE E PROCESSI SI INNESCANO NEI GRUPPI DI AUTOAIUTO?

Generalmente una prima cosa che un membro comprende, quando entra a far parte di un gruppo d’autoaiuto, è che il suo problema non è poi così raro (“qualcuno sa come mi sento, non sono solo”) e ciò ha un suo primo effetto positivo nel superamento della sensazione d’isolamento. Francescato (1995) definisce questo fattore “universalità”. A chi ha vissuto uno stesso nostro problema o si trova nella nostra condizione, riconosciamo inoltre il diritto e la “competenza” di parlare in merito ad essa, la sua comprensione è più genuina e le sue parole risultano più efficaci e credibili. La “parità” tra i membri del gruppo supportata da processi comunicativi orizzontali e lo scioglimento di ruoli rigidi facilita il sostegno, la condivisione, il confronto ed il superamento di quei meccanismi di difesa che impediscono di affrontare i problemi. Liss (1996) chiama questo scambio fra pari “Collaborazione Reciproca”.

Per Francescato (1995), la possibilità di incontrare nei gruppi persone che, pur con lo stesso problema, sono riuscite a superarlo o affrontarlo, è la base affinché avvenga ciò che ha definito “infusione di speranza” e possa svilupparsi quel senso di fiducia attraverso il quale il cambiamento diviene pensabile e possibile e con esso il processo di empowerment. Altro aspetto riguarda il noto “Principio dell’helper therapy”: nel gruppo d’autoaiuto, colui che si pone nel ruolo di chi presta aiuto è proprio colui che ne riceve maggior beneficio, così che l’aiuto offerto finisce per avere una doppia valenza, interna alla persona e relazionale. Questo avviene perché chi aiuta, oltre a sentirsi meno dipendente, sperimenta l’efficacia del proprio aiuto, la propria utilità sociale e ne riceve riconoscimento dagli altri partecipanti. Nei gruppi d’autoaiuto l’individuo passa da una situazione d’impotenza appresa (learned helplessness) a una di autoefficacia (selfefficacy) (Gartner e Reissman, 1984). L’annullamento della differenza tra chi cura/aiuta e chi è curato/aiutato innesca un meccanismo di sblocco della passività e di liberazione dal senso di impotenza e sfiducia in se stessi. E’ nel far pratica “d’interdipendenza” reciproca che avviene l’innalzamento dell’autostima: chi deve dipendere da altri mostra fierezza e soddisfazione nel sostenere qualcuno che può a sua volta dipendere da lui (Francescato, 1995).

Nei gruppi d’autoaiuto, inoltre, avviene un tipo d’apprendimento che non è possibile fare altrove, basato sull’esperienza diretta, sul confronto sociale, sulla sperimentazione attiva di nuovi comportamenti, sia all’interno del gruppo che fuori. Nell’assumere il ruolo di colui che aiuta, ad esempio del non bevitore che aiuta chi beve, ogni membro assimila comportamenti e aspettative che sono connesse con il ruolo, appunto, del non bevitore (Gartner e Reissman, 1979).

Il problema centrale e condiviso dal gruppo solitamente viene sottoposto secondo Robinson (1980, in Noventa et al., 1990), ad una ridefinizione, decostruzione e ristrutturazione cognitiva attraverso cui ogni partecipante apprende modalità nuove di gestione dello stesso e soluzioni pratiche più efficaci. Il gruppo di autoaiuto può essere un luogo di riduzione delle stigmatizzazione e dell’etichettamento a cui ciascun membro è soggetto nella realtà. In questo senso l’appartenenza al gruppo in quanto affermazione di un’identità anche di malattia (sono un alcolista) aiuta a ridurre lo stigma sociale e aumenta l’accettazione del soggetto (Katz, 1970). Secondo Maguire (1989) il sentimento di appartenenza al gruppo, dato dal senso di similarità aumenta la coesione, l’accettazione e il sostegno.

Questo stato di forte aggregazione tende poi ad influenzare il modo di pensare ed i comportamenti dei membri, verso il conformismo. Da questo punto di vista i gruppi d’autoaiuto sono fortemente “persuasivi” (Antze, 1976), poichè attraverso il coinvolgimento dei membri, riescono a far assimilare ai partecipanti le idee del gruppo stesso. Nel momento in cui un membro del gruppo fornisce consigli e informazioni, in realtà non fa altro che rinforzare in sé le convinzioni maturate nel gruppo.

I momenti e le opportunità di socializzazione divenendo uno dei fattori più significativi della nuova esperienza dei partecipanti (Noventa et al., 1990). Altro aspetto rilevante riguarda l’impatto emozionale che il gruppo ha nei confronti dei vari partecipanti in quanto contesto affettivo significativo. I gruppi sviluppano emozioni molto forti la cui condivisione a sua volta aumenta la coesione dei gruppi stessi. (Noventa et al. 1990). Studi sull’efficacia sono stati condotti per una grossa parte delle diverse tipologie di gruppo d’autoaiuto esistenti. La partecipazione a gruppi d’autoaiuto oltre a rendere più responsabili i membri rispetto alla propria salute, agisce rendendo i soggetti più capaci di comprendere la propria condizione e di aderire meglio ai protocolli terapeutici e riabilitativi (compliance terapeutica). Sembra inoltre che il sostegno ricevuto in gruppo si traduca in un effetto positivo sulla risposta immunitaria (Spiegel et al. 1981).



CIRCA L’EFFICACIA…

A risultati simili sono arrivati studi condotti con il metodo sperimentale, su persone con melanoma maligno (Fawzy et al., 1990). Essere parte di un gruppo d’autoaiuto, per persone nelle prime fasi del cancro della pelle, oltre a migliorare l’umore e le capacità di “coping”, aumenterebbe le possibilità di sopravvivenza tre volte di più in un periodo di cinque anni. Spiegel (1993) suggerisce quindi che gli interventi psicosociali possono rallentare la progressione del disturbo. Anche per Silliman e colleghi (1993) in sinergia con altri fattori, la quantità di supporto sociale influenzerebbe l’efficacia del trattamento.

In accordo con questi studi, Munsell, Brisson e Deschenes (1993, in McLean 1995), sostengono che il supporto sociale può essere associato con una più lunga vita in donne con cancro localizzato, mentre Gray et al. (1995) hanno evidenziato che la partecipazione a gruppi di self-help è estremamente utile nella lotta contro il cancro, sia a breve sia a lungo termine.

Il sostegno fornito dai gruppi d’autoaiuto diviene un valido coadiuvante degli effetti delle cure mediche tradizionali anche in molte condizioni croniche. Hinrichsen e Revenson (1985) hanno condotto uno studio su cento adulti, portatori di scoliosi, sottoposti a cure mediche tradizionali. Coloro che ricevettero il supporto del gruppo riportarono una visione più positiva della vita, miglior soddisfazione per le cure mediche ricevute, riduzione dei sintomi psicosomatici, incremento del senso di padronanza, aumento dell’autostima e riduzione dei sentimenti di vergogna e alienazione. I gruppi di self-help si sono rivelati efficaci nel fornire supporto a donne affette da HIV (Metcalfe, Langstaff, Evans et al., 1998). Tale supporto sarebbe anche in grado di ridurre lo stress psicologico ed immunitario tra uomini con comportamento omosessuale diagnosticati come HIV positivi (Schneiderman et al., 1990).

Gli studi che si sono concentrati su gruppi d’autoaiuto per persone dedite all’uso di droghe, legali o illegali, sono quelli in cui gli effetti sono stati maggiormente documentati. Uno studio sull’efficacia dei Club di Alcolisti in Trattamento, gruppi per famiglie con problemi alcolcorrelati molto diffusi in Italia che utilizzano la metodica dell’autoaiuto, ha evidenziato un tasso di mantenimento dello stile di vita sobrio della famiglia, nel 70% dei casi a tre anni dall’inizio della partecipazione al gruppo (Toniutti, 1997). Cornwall e Blood (1998) si sono dedicati alla verifica dell’efficacia di trattamenti in soggetti ricoverati, o in day-hospital, per l’abuso di stupefacenti. I trattamenti, che comprendevano la partecipazione a gruppi di self-help per 10 settimane, mostrarono la capacità di ridurre l’abuso di sostanze e di migliorare il livello complessivo di funzioni e comportamenti.

Altri studi si sono dedicati al confronto dell’efficacia, nella lotta alla dipendenza da nicotina, di gruppi self-help (Jason, Gruder et al., 1987) rilevando risultati positivi.



Gli studi che si sono dedicati alla verifica dell’efficacia dei gruppi di self-help nell’ambito dei problemi di salute mentale hanno evidenziato la loro forza nel migliorare alcuni parametri di benessere psichico, quali l’autostima e la fiducia in se stessi (Lieberman, Solow et al. 1979) e la capacità di far fronte alla propria malattia (Kurtz, 1988). I membri dei gruppi di self-help per la salute mentale risulterebbero meno preoccupati e più soddisfatti delle proprie condizioni di salute e di vita (Raiff, 1984). La maggior parte di queste indagini, inoltre, ha rilevato una riduzione sia nel numero sia nella durata dei ricoveri. I pazienti diverrebbero più capaci di utilizzare risorse non psichiatriche al di fuori dell’ospedale (Galanter, 1988). Molte ricerche hanno evidenziato l’utilità dei gruppi di self-help, per persone affette da diabete, nel senso di una riduzione dei sintomi psicologici connessi alla malattia, di una maggior conoscenza della stessa ed una maggior soddisfazione per la qualità della propria vita, a tutto questo si connetterebbe un miglior controllo della glicemia.

Alcune ricerche hanno reso evidente il ruolo che i gruppi di self-help possono svolgere nell’ambito della prevenzione, in particolare nei confronti delle possibili conseguenze di eventi traumatici, come la perdita di un figlio o di un coniuge, incidenti o malattie acute. In persone sessantenni che hanno perso il coniuge, se membri di gruppi self-help per il lutto, sperimentavano meno depressione e angoscia di chi non ne faceva parte (Caserta e Lund, 1993).

La partecipazione ad un gruppo d’autoaiuto per familiari di pazienti psichiatrici permette una riduzione del senso di oppressione vissuto dalla famiglia fornendo informazioni circa la malattia e le strategie di “coping” (Potasnick e Nelson, 1984).


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